RASSEGNA STAMPA

IL GIORNALE - Sette anni tra perizie e testimoni Ma quella notte resta un mistero

Genova, 14 novembre 2008

Sette anni tra perizie e testimoni Ma quella notte resta un mistero

Pestaggi e sevizie paragonabili nientemeno che al massacro di Srebrenica, al genocidio in Ruanda, all'eccidio nazista di Sant'Anna di Stazzema. La procura di Genova non c'è andata mai leggera sulle azioni dei poliziotti intervenuti alla Diaz, da condannare senza se e senza ma, per aver picchiato manifestanti innocenti, per aver inventato l'accoltellamento di un agente, per aver recuperato in strada due bottiglie molotov spacciandole come atti di reato sequestrati nella scuola, per aver redatto falsi verbali. Colpevoli al di là di ogni ragionevole dubbio, quando invece i dubbi, nel corso del processo, si sono moltiplicati fino a mettere in discussione alcune certezze dell'accusa. Già, perché a forza di sentire testimoni, visionare filmati, rileggere le intercettazioni, dal dibattimento è uscita una verità parallela. Poco pubblicizzata. È stato infatti provato che la polizia non è intervenuta per vendicarsi di due giorni di guerriglia urbana ma solo perché due sue camionette erano state prese a sassate fuori l'istituto e perché dalle finestre hanno continuato a tirare pietre sugli agenti; provato che tra i banchi c'erano armi, striscioni e tute nere; provato che non vi fu una cieca caccia al no global visto che solo due degli oltre 200 manganelli «tonfa» sequestrati sono risultati positivi ai test biologici; provato che l'agente accoltellato non s'è inventato il taglio. Certezze della prima ora, ribaltate nelle ultime arringhe. Per cominciare. Nella Diaz sono state rinvenute 60 magliette nere su 93. Scrive il Gip: «La polizia aveva ragione di sospettare che nella scuola si rifugiassero alcuni black bloc». All'arrivo degli uomini in divisa, come confermano più testimoni, gli occupanti sbarrano il cancello con la catena. La polizia lo forza, ma per l'Accusa – testuale - sarebbe stato meglio «chiamare un fabbro». Dopo i pm che hanno sostenuto il processo delle violenze dei no global al G8, anche il procuratore capo, Francesco Lalla, smentisce i pm della Diaz ricordando non solo il ritrovamento di una pericolosa mazza spaccapietre ma scrivendo che «molti sono i reati degli occupanti della scuola che lanciano oggetti sui poliziotti prima e durante lo sfondamento del portone». Ecco perché gli agenti, nel cortile del plesso scolastico, alzano insieme gli scudi per proteggersi. Quanto ai feriti della Diaz, dagli infermieri ai responsabili del 118, per non dire di una consulenza scientifica, hanno fatto riferimento a numerose lesioni riferibili non al blitz ma agli scontri in strada (la Diaz era stata trasformata in una sorta di infermeria da campo per consentire ai feriti di evitare il ricovero e l'identificazione in ospedale). Ovviamente è innegabile che qualcuno ha esagerato con lo sfollagente, ma essendo la responsabilità penale personale, di fronte al mancato riconoscimento degli aggressori da parte dei feriti, col tempo è diventato difficile accollare specifici atti di violenza a singoli agenti. E ancora. Oltre a non tenere conto delle intercettazioni dell'inchiesta di Cosenza (dove c'è la prova dei black bloc nella Diaz) l'Accusa non ha nemmeno utilizzato alcune telefonate al 113 dei cittadini affacciati in finestra che riferiscono di persone vestite di nero, armate e mascherate, lungo i ponteggi della scuola. Quanto alla storia del presunto falso accoltellamento dell'agente Massimo Nucera, la perizia «super partes» disposta dal gip, sostiene invece che c'è totale compatibilità tra il racconto fatto dall'agente e i tagli sul giubbotto. Di più. Finché ha potuto la procura ha sostenuto che la polizia s'è mossa di testa sua, limitandosi a comunicare il minimo indispensabile, a cose fatte. Il pm Francesco Pinto, ad esempio, ha sostenuto di aver ricevuto al massimo un paio di telefonate, brevissime. I tabulati provano che di telefonate ne sono state fatte invece tante, due anche molto lunghe, di 10 e di 25 minuti. Non solo. Grazie a un video – che è stato fatto esaminare a un audioleso per tradurre il labiale nonostante il sonoro fosse nitido - si sente un vicequestore comunicare in diretta al pm l'avvenuto accoltellamento di Nucera. C'è infine la storia delle due molotov che sarebbero state trovate altrove e poi portate nella Diaz per giustificare gli arresti. I pm sfoderano la testimonianza del vicequestore Pasquale Guaglione, che conforta questa tesi. Per la difesa, però, Guaglione è poco attendibile perché dopo sette anni dichiara cose che a caldo non aveva verbalizzato, e in più gli arresti per resistenza e violenza erano stati eseguiti, per violenza e resistenza, precedentemente all'arrivo delle bottiglie incendiare nella scuola. Per finire. La procura sostiene anche che il famoso filmato del «conciliabolo» di sette secondi, in cui si notano i vertici della polizia - presunti protagonisti dell'imbroglio – con le molotov in mano chiuse in una busta, prova che la truffa è stata orchestrata in quel momento. La controparte processuale sorride all'idea della pianificazione del piano in sette secondi, anche perché, se così fosse, è illogico pensare che chi ha portato le molotov le abbia tirate fuori davanti a tutti. E ciò farebbe venire meno il movente. E senza movente, non c'è delitto perfetto che tenga.

Gianmarco Chiocci