PROCESSO DIAZ - La sentenza

4. Operazione presso la scuola Diaz Pertini > > > > | T | 1 | 2 | 3 | 4 | E |

Primo piano

(piantina)

Albrecht Daniel Thomas (udienza 17/11/2005; parte civile, assunto ex art. 197 bis c.p.p.)
(verbaletrascrizione)
Arrivai a Genova il 17 luglio 2001, martedì. Da martedì a venerdì notte soggiornai nel parco di Albaro; avevamo una tenda. Il venerdì ci recammo alla scuola Diaz su indicazione del Genoa Social Forum.
Il sabato sera  (tra le 21 e le 22) sono passate due autovetture della Polizia in via Battisti, che procedevano lentamente per la presenza di molte persone sulla strada. Vi sono stati insulti ed urla  "assassini"da parte di tali persone. Le auto comunque passarono senza problemi.
La sera, verso le ore 22, ero con Sibler Steffen, Kutschkau Anna Julia, Zeuner Anna Katharina, cercammo un posto per dormire e salimmo al primo piano, ove ci sistemammo in una stanza che indico sulla piantina che mi viene mostrata. Mi addormentai verso le ore 23. Circa un'ora dopo mi svegliò un mio amico, dicendomi che c'era la Polizia. Mi alzai e dalla finestra vidi che tutta la strada era occupata da macchine della polizia. Vicino all'ingresso c'era una massa di poliziotti; non vedevo il portone della scuola ma una parte del cortile ed il cancello. Non ho visto se il cancello era aperto o ancora mezzo chiuso; ho visto i poliziotti all'interno del cortile ed ho quindi capito che il cancello era aperto anche se solo in parte. I poliziotti attraversavano il cortile velocemente e tenevano i manganelli alzati. Ho pensato che volessero arrestarci, ma ciò che mi ha fatto paura è stato il modo con cui sono arrivati ed entrati.
Mi rivestii e con i miei amici ci dirigemmo nel corridoio, dove si trovavano anche altre persone, circa una ventina; avevamo molta paura; si sentivano urla e forti rumori. Una signora che non conoscevo disse "restiamo fermi con le mani alzate" e così facemmo, ponendoci in fila lungo le pareti del corridoio.
I poliziotti arrivarono, salendo le scale con passo accelerato; nessuno di noi  scappò e non c'era "casino". Urlavano qualcosa e ci facevano segno di sederci. Vennero poi nella mia direzione e ponendosi davanti ai singoli, li picchiavano con forza e senza alcuna fretta. Io stesso fui colpito sulla testa ed anche  sulle braccia perché cercavo di proteggermi. I poliziotti avevano guanti imbottiti e colpivano anche con pugni e calci. Andavano avanti ed indietro, colpendo tutti. Urlavano "bastardi" ed altri insulti che io non comprendevo. Io era sdraiato in terra, vicino a me vi era una pozza di sangue che io perdevo dal braccio, dalla bocca e dalla testa. Dopo un po' vidi arrivare due persone in abiti civili con un giubbotto della polizia; arrivarono quando le violenze erano appena cessate.
I poliziotti portavano divise scure un casco blu e un manganello tipo "tonfa". Non sono in grado di precisare il colore delle cinture dei poliziotti intervenuti, mi sembra comunque che ve  ne fossero sia chiare sia scure.
Subito dopo arrivarono gli infermieri che iniziarono a trasportare i feriti fuori dalla scuola. Io venni accompagnato sulla strada, dove c'erano molti poliziotti; vi erano anche molte persone che filmavano e giornalisti, uno dei quali mi chiese che cosa fosse accaduto, ma io non ero più in grado di rispondere. Venni portato all'ospedale; al P.S. vi era moltissima gente e tanti feriti su barelle mobili: alcuni sanguinavano, alcuni  piangevano. Ho visto una signora che era insanguinata e che poi ho saputo essere Lena Zuhlke.
Sono stato operato per un ematoma al cervello e mi sono svegliato nel reparto rianimazione la domenica sera. Vi era la Polizia che sorvegliava la stanza. Il lunedì sono stato trasferito in reparto. Continuavo ad essere sorvegliato dalla polizia. Il martedì mi portarono ad una visita medica e nel tragitto mi ammanettarono alla barella; nel pomeriggio venne a visitarmi una persona dell’ambasciata tedesca; la prima persona che ho incontrato che parlava la mia lingua e che mi confermò che ero arrestato. Il giorno dopo è arrivata un giudice (donna) con un interprete che mi disse ufficialmente che ero arrestato; dopo pochi minuti è rientrata e mi ha detto che non ero più arrestato. Ho passato dieci giorni all'ospedale e poi sono stato espulso.
Riconosco nella foto n. 52 il corridoio in cui mi trovavo; dove c’è il telo bianco si trova la scala da cui sono arrivati i poliziotti.
Nella foto n. 57 si vede al punto F il luogo ove eravamo io e Kathrin.
Mi riconosco nella foto 65 A, che mi viene mostrata
Tra le persone nella scuola Diaz  ho  visto persone vestite di nero, cioè con maglietta o pantaloni neri, non ricordo persone vestite completamente di nero, non ne ho visto per quanto mi ricordi.
Quando mi sono affacciato alla finestra perché ho sentito rumori dall’ingresso ho visto i poliziotti che si ammassavano per entrare, ho visto la situazione dal cancello, non ho visto se cadevano oggetti dalle finestre lanciati verso la polizia. La finestra è quella visibile nella foto n. 4,; che mi viene mostrata

Gieser Michael (udienza 7/12/2005; parte civile)
(verbaletrascrizione)
Sono consulente economico e membro di un OMG con sede a Bruxelles. Ero interessato al G8. Sono arrivato a Genova la domenica ed ho cercato un albergo, ma erano tutti al completo e pochi erano aperti. Sono stato indirizzato allo stadio Carlini  dagli organizzatori del GSF per un alloggio. Mi sono fermato presso tale stadio fino al giovedì anche senza essere "disobbediente". Poiché lo stadio era diventato invivibile, ho nuovamente chiesto agli organizzatori se potevo trovare un'altra sistemazione e, dato che avevo una tessere da giornalista, mi hanno accreditato presso l'ufficio stampa e mi è stato detto che avrei potuto dormire nella scuola Diaz Pertini.
Il sabato il forum sociale era finito e la sera dopo essere stato con alcuni amici a bere una birra sono tornato alla Diaz a  mezzanotte meno cinque. Ho trovato una situazione normale: alcuni giovani erano in pigiama e stavano andando a dormire, altri erano al computer.
Ero sistemato nella sala palestra, sul lato opposto all’ingresso, a sinistra davanti al radiatore, pressoché nel punto indicato dalla lettera G visibile nelle foto 18 e 19 e che segno sulla piantina. Mi ero messo in pigiama e stavo recandomi in bagno per lavarmi. Ho sentito gridare: "La Polizia". Mi sono recato alla porta per vedere che cosa stesse accadendo, ma senza alcuna paura perché ritenevo di non avere nulla da temere. Ho guardato dalla finestra ed ho visto un gran numero di poliziotti; il numero dei poliziotti era però piuttosto preoccupante. 
Il portone era chiuso; accanto vi era la finestra da cui io stavo guardando. Quando mi sono affacciato la Polizia era già all’interno del cortile. Alcuni giovani hanno iniziato a bloccare la porta; in particolare ho visto un giovane che prendeva una panca e la poneva contro il portone ed una ragazza che, parlando in tedesco, gli disse che era un gesto "imbecille". Volevo dirgli la stessa cosa, ma in quel momento venne sfondata la porta. Sono passato ad uno stato di panico. Aspettavo di sentirmi dire che ero in stato di fermo. Ma quando ho visto entrare la Polizia, tutti hanno cominciato a correre via. Così ho fatto anch'io. Avevo lo spazzolino da denti in mano e davanti a me c'erano i poliziotti con caschi e divisa. Sono salito al primo piano; sulle scale c'era un blocco e mi sono reso conto che la scuola era in ristrutturazione. Ho pensato di saltare dalla finestra, ma il cortile era pieno di poliziotti. Uno disse di stenderci a terra e di far vedere che non c'era alcuna resistenza e così ho fatto. Ero all'inizio del corridoio. Nonostante la nostra posizione ho visto alcuni poliziotti attaccare la prima persona che incontrarono e poi la seconda e così via, continuando a picchiarle. Mi sono posto in posizione di difesa proteggendomi la testa e sono stato picchiato con manganelli ed anche con calci nelle altre parti del corpo. Non sono in grado di dire quanti fossero i poliziotti che ci picchiavano, ma certamente almeno otto. Sentivo i poliziotti che correvano nei corridoi. Poi sono andati al secondo piano e sentivo gridare; alcuni ritornavano e riprendevano a picchiare; io chiedevo "perché" e le risposte erano soltanto insulti. Vedevo sangue dovunque. Ad un tratto un poliziotto all'ingresso del corridoio urlò "basta". Ma alcuni continuarono a picchiare, dimostrando piacere a distruggere le persone. Il poliziotto all'ingresso, che era con la stessa divisa degli altri, ma si era tolto il casco, urlò ancora più volte "basta" e il pestaggio finalmente terminò. Ci fecero mettere con le braccia dietro la nuca. Vicino a me vi erano diversi ragazzi feriti. Io avevo con me il sacco con la mia telecamera; a quel punto iniziai a riprendere la scena; quando vidi tornare indietro i poliziotti riposi nel sacco la telecamera. Ormai però la situazione si era calmata ed era tornata la "civiltà". Arrivarono due infermieri che portarono via la ragazza ferita. Un altro infermiere prese un ragazzo ferito alla testa ed io mi avvicinai, come per aiutarlo a sorreggerlo e così riuscii a scendere e ad uscire dalla scuola. Lasciai però il mio sacco all'inizio della scala. Mi ritrovai in strada, praticamente libero e andai dagli organizzatori nella scuola di fronte.
Alcune ore dopo tornai per riprendere le mie cose, ma non ritrovai il mo sacco con la telecamere, il computer ecc. Le mie cose erano disperse qua e là; ho recuperato qualcosa: ho ritrovato la borsa con il sacco a pelo e alcuni indumenti, ma da tale borsa erano state tolte la assi metalliche che lo tenevano in  forma.
Quando sono tornato a Genova ho ricevuto una comunicazione dalla Polizia che avevano rinvenuto il mio sacco. La telecamera era però priva delle cassette video che avevo registrato. Tutti gli altri effetti personali mi sono stati restituiti.
I poliziotti avevano un'uniforme scura, casco, scarponi, pantaloni e giubbotti imbottiti ed il viso coperto: lo stile delle uniformi è quello visibile nelle foto B2 e B3, che mi vengono mostrate, ma sono sicuro che i poliziotti non portavano la cintura bianca; una simile cintura mi avrebbe infatti certamente colpito.
Quando sono stato picchiato ero circa all'altezza della lettera H o I, visibile nella foto N. 52 che mi viene mostrata, nella posizione che indico sulla piantina.
Mi riconosco nella persona con il braccio al collo ed il cerotto, visibile nel filmato Rep. 164.059, p. II min. 10,42 (estratto).

Buchanan Samuel (udienza 11/1/2006; parte civile, assunto ex art. 197 bis c.p.p.)
(verbaletrascrizione)
Arrivai alla scuola Pertini con due amici il venerdì dopo essere stato in campeggio in un parco di Genova. Ci era stato detto che sarebbe stato un posto più sicuro, anche perché avevamo avuto notizie di arresti di manifestanti. Nella scuola ci eravamo sistemati in una stanza dove dormiva soltanto il nostro gruppo (cinque persone, di cui due di nazionalità australiana), al primo piano sulla sinistra guardando il palazzo, sul cortile, all’angolo, visibile nella fotografia n. 4 e nella piantina del primo piano, che mi viene mostrata, nella stanza all’estremo angolo sinistro, che indico con un segno.
Il sabato sono rientrato nella scuola verso le 19-20. Eravamo molto stanchi e abbiamo parlato a lungo prima di decidere di partire il giorno dopo.
Verso le dieci di sera ho sentito alcune urla sulla strada; mi sono affacciato ed ho visto due veicoli della polizia passare abbastanza velocemente sulla strada; la gente urlava ai poliziotti “assassini”; ho visto una persona lanciare una bottiglia contro i veicoli ma non so se li abbia colpiti; tutto durò circa un minuto.
I due australiani erano usciti e noi tre ci eravamo sdraiati per dormire; abbiamo sentito un certo trambusto sulla strada e persone che correvano; sono andato alla finestra ed ho visto molti poliziotti intorno alla scuola nonché un veicolo della polizia che stava spingendo in retromarcia il cancello.
Non ho visto i poliziotti entrare nel portone della scuola.  Ci siamo subito rivestiti e poi ci siamo distesi in terra sotto il tavolo. Abbiamo sentito picchiare sulla porta, che era stabilmente chiusa a chiave tanto che noi per entrare nella stanza dovevamo passare attraverso le impalcature e le finestre. Alla fine i poliziotti hanno sfondato la porta ed alcuni sono entrati nella stanza; tre poliziotti hanno spostato il tavolo – io tenevo una sedia contro il mio corpo – ma poi l’ho lasciata e mi sono rannicchiato. I poliziotti hanno iniziato a picchiarmi con i manganelli, ho cominciato ad urlare ed i poliziotti hanno smesso di picchiarmi; poi sono stato tirato su e mi sono alzato; quindi sono stato spinto in avanti sulle scale, tenendomi per il collo. Sono stato condotto nella stanza grande di sotto; vi erano circa una trentina di persone che apparivano tutte essere state picchiate; alcuni erano inginocchiati, alcuni sanguinavano, alcuni sembravano storditi, due sembravano aver perso conoscenza ed erano distesi in terra. Vi erano anche circa dieci, quindici poliziotti ma non stavano facendo nulla. Ero sul lato sinistro della stanza; sono stato spinto a mettermi in ginocchio con la faccia al muro e dopo qualche minuto ci hanno detto che potevamo sederci. Mi pare che alcuni poliziotti  dessero ordini agli altri. Poi arrivarono medici o paramedici, che sembravano piuttosto confusi;  vennero fatte con scatole di cartone alcune steccature per i feriti.
Non ho visto effettuare perquisizioni. Nella stanza vi erano molti zaini; alcuni venivano spostati dalla polizia altri venivano lasciati dove  erano. Non ho visto i poliziotti esaminare gli zaini. I miei bagagli erano rimasti nella  stanza  al primo piano. Io avevo preso il mio passaporto che aveva in tasca, ma nessuno me lo ha chiesto.
Dopo un po’ alcuni poliziotti mi hanno accompagnato fuori dalla porta; c’era molta gente, giornalisti e persone che filmavano; sono stato posto su un piccolo autobus della Polizia, ove mi dissero di tenere la testa in giù e di non guardare fuori.
Mi riconosco, nella foto scontri 11 che mi viene mostrata, nel secondo da destra; mi tenevo il braccio sinistro perché mi faceva male ed il polso era gonfio.
Nessuno mi disse quale fosse il mio stato. Quando ero a Bolzaneto dopo circa 20 o 24 ore sono stato portato fuori dalla cella, perché guardassi se vi era il mio nome su alcuni documenti; quando dissi al poliziotto che non c’era, il poliziotto praticamente chiese a me se ero in arresto.
Ho riportato un taglio in testa e vari ematomi; il polso mi ha fatto male per diverse settimane e non ho potuto lavorare. Non ho visto che cosa sia accaduto ai miei amici, perché mi preoccupavo principalmente di proteggermi. Quando la Polizia è entrata la luce della stanza era spenta, ma dalla finestra entrava la luce dall’esterno e quindi si vedeva abbastanza bene.
I poliziotti indossavano uniformi blu scuro con il caschi di un blu più chiaro; i tre che mi picchiarono avevano i volti coperti; non ricordo il tipo delle calzature. Alcuni poliziotti erano in borghese, altri avevano una casacca con scritto Polizia. Uno aveva un abito completo altri più casual.
Ho riavuto il mio zaino integro e i miei documenti, che mi erano stati presi quando ero arrivato a Bolzaneto, e che la Polizia diceva che erano stati persi; mi vennero restituiti soltanto tre mesi dopo circa, per l’interessamento dell’ambasciata della Nuova Zelanda.
Non ho potuto lavorare per circa sei settimane. All’epoca lavoravo quale giardiniere a Londra.

Blair Jonathan Norman (udienza 19/1/2006; parte civile, assunto ex art. 197 bis c.p.p.)
(verbaletrascrizione)
Mi sono recato venerdì alla scuola Diaz Pertini perché lo ritenevo un posto più sicuro, dopo quanto era accaduto, trattandosi di locali che sapevo forniti ufficialmente dal Comune.
Insieme ai miei amici (Daniel Mc Quillan e Buchanan Samuel)mi sono sistemato al primo piano in una stanza a sinistra dell’ingresso, che indico sulla piantina che mi viene mostrata; c’erano due finestre che davano sul cortile; vi erano anche alcuni telai di finestre senza vetri perché erano in corso lavori di ristrutturazione dell’edificio. La porta non aveva la maniglia; uno di noi per sbaglio l’ha chiusa e così non è stato più possibile aprirla; di conseguenza si poteva entrare e uscire soltanto attraverso le impalcature.
Nella scuola vi erano diverse persone principalmente non italiani; non ho visto persone che potessero essere identificate quali black-block.
Sono tornato nel tardo pomeriggio del sabato e non sono più uscito anche perché mi era stato detto che non era sicuro uscire dalla scuola.
Era ancora chiaro quando ho visto un’auto che passava velocemente sulla strada, mentre i presenti urlavano qualcosa; l’auto non aveva le insegne della Polizia.
Verso le undici andai a dormire; ero nel sacco a pelo e stavo per addormentarmi, quando sentii un forte rumore, come un temporale; mi alzai, mi affacciai alla finestra e vidi moltissimi poliziotti che arrivavano dalla strada, caricando, muovendosi in modo aggressivo e urlando. Vidi un poliziotto entrare da una strada laterale nella scuola adibita a Media Center; vi erano una o due camionette della Polizia ed una spinse il cancello del cortile, forzandolo ed entrando nello stesso. Poco dopo sentii molte urla ed anche esplosioni; pensai che stessero usando delle granate per stordire ed anche dei lacrimogeni, ma poi  più tardi vedendo alcuni computer rotti, capii che molto probabilmente si era trattato dei monitor che si rompevano. Ero terrorizzato e non posso quindi precisare con esattezza i tempi, ma dopo circa cinque, dieci minuti, sentii diversi forti colpi alla porta che poco dopo cedette. Entrarono i poliziotti, che illuminarono la stanza con un grosso riflettore; il mio amico Dan si alzò in piedi dicendo: “Non siamo violenti”. Subito dopo i poliziotti si avventarono contro di lui senza dire nulla; Dan cadde sopra di me ed i poliziotti continuarono a colpire lui e me che però ero riparato dal suo corpo; tutto ciò proseguì per alcuni minuti senza che nessuno ci dicesse nulla circa i nostri diritti. Sono stato colpito con qualcosa di duro, potevano essere manganelli e stivali. Poi i poliziotti uscirono dalla stanza, buttandoci addosso i telai delle finestre. Arrivarono quindi altri poliziotti  che ci fecero uscire nel corridoio senza farci prendere i nostri zaini. Vi erano altre persone nel corridoio ed i poliziotti continuavano a picchiarci. Siamo stati portati nella palestra al piano sottostante, sulla sinistra rispetto alle porte sul retro, pressoché nel punto che indico sulla piantina che mi viene mostrata; ci hanno fatto sedere sui tacchi in ginocchio.
Dan perdeva sangue dalla testa; vicino a noi vi era una persona ferita che cominciava ad avere delle convulsioni; tutti erano sotto shock; molti erano feriti anche in modo grave e c’era molto sangue.
I poliziotti, circa una ventina, che si trovavano nel locale non sembravano preoccupati di quanto accaduto; uno aveva una coda di cavallo, era vestito in borghese, il viso mascherato ed un manganello, un altro era molto alto, sulla cinquantina e portava un abito intero scuro (giacca e cravatta), forse blu; sembrava avere compiti di comando e faceva segni con le mani, portandole aperte in avanti, come per dire “calmatevi” o “va bene”.
Non vi fu una perquisizione accurata, al centro della stanza vi era una pila di zaini e vari oggetti personali; i poliziotti svuotavano gli zaini e quindi probabilmente stavano cercando qualcosa. Nessuno però si preoccupava di collegare i sacchi ai loro proprietari. Alcuni poliziotti erano in divisa. Successivamente arrivarono alcuni paramedici che improvvisarono con cartoni alcune steccature e divisero i feriti più gravi, che lentamente, uno alla volta, venivano portati fuori con una barella su ruote.
Soltanto credo il mercoledì pomeriggio, venni a conoscenza di essere in stato di arresto.
Sono rimasto molto scioccato; dal punto di vista fisico ho riportato solo qualche escoriazione.

Mc Quillan Daniel (udienza 19/1/2006; parte civile, assunto ex art. 197 bis c.p.p.)
(verbaletrascrizione)
Mi trovavo presso la scuola Pertini per trascorrervi la notte; ero al primo piano in una stanza sulla parte anteriore del palazzo, in cima alle scale sul lato nord, con due amici, Norman Blair e Sam Bucanan; la porta non aveva maniglia. Verso le 21, 21,30 del sabato non ho visto nulla di particolare.
Sono stato svegliato da un rumore molto forte; il mio amico disse che stavano arrivando molti poliziotti; io ero senza lenti a contatto e non ho potuto quindi vedere niente. Ci siamo subito vestiti. Ho sentito diversi rumori sul fronte del palazzo. Il mio amico Norman (Blair) mi disse che un camioncino della Polizia stava sfondando il cancello. Sentii quindi molte urla e rumori di oggetti che venivano rotti. Abbiamo pensato di nasconderci sotto un tavolo; dopo circa dieci minuti la Polizia entrò sfondando la porta; la stanza era al buio, ricordo la luce che entrava dal corridoio; i poliziotti erano almeno otto; mi sono alzato in piedi ed ho alzato le mani ed in inglese ho detto “Calma”. Il poliziotto che mi era più vicino ha alzato il braccio fin sopra la testa e mi ha colpito il più forte possibile; mi si è oscurato tutto e sono caduto in terra. Ricordo che i poliziotti continuavano a colpirmi ed io cercavo di ripararmi con le braccia; ho avuto paura di morire ed ho iniziato ad urlare. Dopo un po’ hanno smesso di picchiarmi ed i poliziotti nell’uscire dalla stanza mi hanno buttato addosso alcuni telai di finestre senza vetri che si trovavano nella stanza.
I poliziotti portavano caschi e mi pare indossassero una divisa antisommossa, ma non posso essere preciso anche perché era buio. Venni colpito con manganelli (lunghi e dritti per quanto ricordo) e forse anche con calci.
Altri poliziotti sono entrati nella stanza e ci hanno portato giù per le scale continuando a colpirci e quindi nella palestra, dove ci hanno fatto inginocchiare, seduti sui tacchi. Poiché continuavo a sanguinare ero molto preoccupato. Dopo un po’ ci permisero di sederci; in quel momento fui in grado di vedere la situazione disastrosa del locale: sembrava fosse esplosa una bomba; vi erano diversi poliziotti, alcuni in borghese, alcuni con maschere, molte persone ferite che si lamentavano. I poliziotti aprivano gli zaini e li svuotavano in terra, spargendone il contenuto qua e là  ed anche questo mi spaventava moltissimo, anche perché non mi sembravano normali comportamenti della Polizia. Ho avuto la sensazione che i poliziotti agissero su specifiche istruzioni; vi era una persona, vestita in borghese con un codino, che sembrava dare ordini. Un’altra persona in giacca e cravatta è poi entrata ed ha guardato quanto era accaduto e quindi si è allontanata.
Successivamente è arrivato il personale paramedico che mi ha condotto all’esterno insieme al mio amico. Il poliziotto all’ingresso si è fatto consegnare il mio marsupio.
Nessuno mi ha mai detto quale fosse il mio stato. I poliziotti a tutte le domande che venivano loro rivolte reagivano colpendo coloro che le formulavano.
Ho riportato una ferita in testa, un polso fratturato e contusioni ad un piede.
La persona in borghese entrata nella sala aveva un abito mi pare grigio medio.
Quando venni sentito dal P.M. in Inghilterra la riconobbi in una foto in cui si vede una persona con gli occhiali ed abito chiaro. Nella foto (n. 16  faldone 2)che mi viene mostrata è la persona di spalle con gli occhiali ed il vestito grigio.

 

Sibler Steffen (udienza 25/1/2006; parte civile, assunto ex art. 197 bis c.p.p.)
(verbaletrascrizione)
Ero a Genova in occasione del G8 e sono arrivato alla scuola Pertini tra le sei e le sette di sera del 21.
L’atmosfera era abbastanza tesa per gli incidenti dal giorno prima, però c’era anche un certo rilassamento perché il vertice era finito e la maggior parte della gente si preparava a partire.
Ho passato la serata scrivendo e-mail, leggendo notizie con i computer, parlando, mangiando e bevendo con altri ospiti. Mi ero sistemato al primo piano nella saletta, sulla sinistra che dà sul cortile e fa angolo con la strada, che indico sulla piantina. Eravamo in quattro.
Mi sono svegliato sentendo dei rumori ed affacciatomi alla finestra ho visto la Polizia che arrivava dall’alto della strada verso l’istituto (da destra a sinistra). Ci siamo vestiti e siamo usciti nel corridoio, ove saremo stati in circa venti; poi arrivò gente anche dal piano terra e così saremo stati in circa trenta.
Conoscevo Anna Kutschkau, Kathrin Ottovay, Melanie Jonasch, Simon Schmiederer ed altri.
Ho visto i poliziotti correre verso la scuola; sbattere il cancello e poi ho visto una macchina della Polizia sfondare il cancello. Dopo aver visto questo mi sono portato nel corridoio. Avevamo paura. Abbiamo parlato su come comportarci ed abbiamo deciso di aspettare la Polizia con le mani alzate. Ho sentito grida dal piano terreno; tutti noi abbiamo alzato le mani. Ho visto quindi arrivare il primo poliziotto, che subito ha colpito il primo, che era fermo con le mani alzate. Sono poi arrivati diversi poliziotti che si sono diretti contro di noi, picchiando tutti con i manganelli. Io mi trovavo nella posizione che indico sulla piantina, davanti al laboratorio di informatica.
I poliziotti indossavano un uniforme blu, giacca blu scura e pantaloni più chiari, caschi blu e un fazzoletto rosso scuro. Le giacche ed i pantaloni avevano delle imbottiture.
La divisa era quella visibile nella foto B2, ma i poliziotti non avevano la cintura bianca; più tardi ho notato le cinture scure..
Continuavano ad arrivare poliziotti, penso che ne siano giunti circa 25; dissero di sederci e tutti ci sedemmo sui lati del corridoio. I poliziotti che passavano picchiavano tutti quelli che erano seduti con i manganelli, tipo “tonfa” , che riconosco nella foto 856 (faldone 2). Questo manganello ha un manico ad angolo retto.
Il manganello veniva usato al contrario colpendo con la parte del manico; io sono stato picchiato così ed anche Anna Kutschkau ed altri di cui però oggi non ricordo i nomi. I poliziotti picchiavano anche con calci. Anche Anna Kutschkau venne colpita con calci Io sono stato colpito cinque volte, sulla testa e sul lato destro del corpo e sulle braccia con cui cercavo di proteggermi. Non sono in grado di dire se fui picchiato da un solo poliziotto o da diversi poliziotti. Ho visto i poliziotti che picchiavano alzando il braccio e colpendo verso il basso.
Ad un tratto ho sentito un poliziotto, che portava la stessa divisa degli altri, gridare “basta” e tutti i poliziotti hanno smesso di picchiare. Ciò accadde circa dieci minuti dopo l’inizio.
A questo punto ho visto Melanie che giaceva sulla mia destra dietro Anna Kutschkau in una pozza di sangue senza muoversi, perdeva sangue dalla testa, tanto che ho avuto paura che fosse morta. Daniel Albrecht era seduto alla mia sinistra dietro Kathrin.
Vidi subito dopo altre due persone che erano in abiti civili: una portava una giacca (giubbotto) con la scritta Polizia, un casco ed un manganello, l’altra era completamente in abito civile, giacca e pantaloni chiari.
Il poliziotto che aveva detto “basta” si tolse il casco, aveva capelli molto corti scuri, era più piccolo di me, alto circa m. 1,70, 1,75; la persona in abito civile aveva circa cinquanta anni, capelli bianchi corti. Il primo parlò con noi in inglese e disse anche qualcosa circa l’ambulanza; guardando Melanie disse “Oddio”.
La prima persona che ci aiutò fu una certa Jeannette, che chiese al poliziotto che aveva urlato “basta” se poteva soccorrerci. Riconosco Jeannette nella foto che mi viene mostrata (Rep 65 C foto 114). 
Poi arrivarono alcuni sanitari che si occuparono innanzitutto di Melanie; al primo piano vi erano molti feriti ed io, che potevo camminare, fui portato in cortile tra gli ultimi e quindi caricato su un veicolo perché non vi erano più ambulanze disponibili.
Riconosco, seppure non precisamente. nella foto n.52 il corridoio in cui mi trovavo (ero seduto pressoché all’altezza della seconda vetrina, ove è visibile la lettera F) e nella  foto n.64 l’armadio vicino al quale ero seduto. 
Non ho visto le mazze, i bastoni o gli altri arnesi visibili nelle foto raid(45, 46, 53, 54, 55 e 56) che mi vengono mostrate, ma la scuola era in ristrutturazione e quindi vi erano gli attrezzi di lavoro.
Nessuno mi disse che ero in stato di arresto; l’ho capito perché un poliziotto mi accompagnava in bagno quando ero in ospedale. Mi vennero fatti firmare diversi documenti redatti in italiano, che io non conosco.
Dopo una notte in ospedale venni portato in carcere e quindi davanti ad un giudice che dispose la mia scarcerazione; la mattina dopo venni espulso. Non fui mai posto in grado di parlare con un legale o con miei parenti.
Conoscevo Anna Julia Kutschkau sin da Berlino, ma solo superficialmente.
Non posso ricordare se il casco dei poliziotti era lucido od opaco.
Ho visto soltanto poche settimane fa le divise con le cinture scure e mi sono così ricordato come erano quelle dei poliziotti che ci hanno colpito.
Il manganello “tonfa” lo conoscevo per aver letto alcuni articoli di stampa in proposito prima dei fatti di Genova.

Kutschkau Anna Julia (udienza 26/1/2006; parte civile, assunta ex art. 197 bis c.p.p.)
(verbaletrascrizione)
Il 21 luglio ero presso la scuola Pertini a partire circa dalle ore 22; ero sistemata al primo piano in una sala subito a sinistra rispetto all’ingresso, che indico sulla piantina; ero nella stanza con  Kathrin Ottovay, Steffen Sibler e Daniel Albrecht Prima delle 22 ero nell’edificio di fronte del Media Center, ove avevo scritto alcuni testi giornalistici.
Non ho visto alcun passaggio di auto della Polizia nella via Battisti.
Ci eravamo messi a dormire, quando ad un tratto mi sono svegliata perché ho sentito gridare “Arriva la Polizia”. Mi sono affacciata ed ho visto tanti poliziotti sulla strada; portavano un uniforme blu e caschi blu; sono uscita nel corridoio. Ero scioccata, anche perché mi ero svegliata di soprassalto e così mi è difficile ora ricordare con precisione quanto accadde. Sentii grida e rumori. Ricordo che ho alzato le braccia in alto, come i miei amici e le altre persone che si trovavano nel  corridoio; vi saranno state in tutto circa una quindicina di persone. Io mi trovavo nel luogo che indico sulla piantina, davanti al laboratorio di lingue. Ho visto arrivare i poliziotti che hanno iniziato a colpire tutti quelli che si trovavano nel corridoio. Ho sentito gridare “giù” da qualche poliziotto anche in tedesco e mi sono subito abbassata. I poliziotti gridavano anche insulti come “bastardi” contro di noi. Io ho ricevuto il primo colpo, mi pare sulla faccia, con un manganello, di cui non sono in grado di precisare la forma esatta e poi un calcio con lo stivale sul mento. Mi sono accorta che aveva perso dei denti. Io ero in ginocchio e avevo le mani sulla testa. Sono stata poi colpita ancora diverse volte: in particolare ho ricevuto un colpo in alto sul dorso e un calcio sulla mano. Non credo che siano stati inferti tutti dallo stesso poliziotto. I poliziotti correvano lungo il corridoio e picchiavano tutti quelli che vi si trovavano. Davanti a me vi era una signora, che venne a sua volta colpita. Alla mia destra vi era Melanie (Jonasch) che venne colpita diverse volte; inizialmente cercò di rialzarsi e poi la ricordo stesa in terra che perdeva molto sangue dalla testa; due o tre poliziotti l’hanno quindi ancora colpita sulla pancia, facendole sbattere la testa contro l’armadio; non reagiva più ed io temevo che fosse morta.
Ad un tratto sentii gridare “basta” almeno due volte; il poliziotto che gridò aveva il casco che poi si tolse; gli altri smisero quindi di picchiare; poi la maggior parte dei poliziotti si allontanò.
Una donna, che poi ho saputo chiamarsi Jeannette, ha cercato di aiutare Melanie; arrivarono poi alcuni sanitari che portarono via per prima Melanie.
I poliziotti portavano un’uniforme blu; uno invece era in abito civile; ricordo in particolare le maniche verdi, aveva pantaloni grigi, guanti neri e stivali. Alcuni indossavano giubbotti con la scritta Polizia. Non posso dire se il poliziotto che disse “basta” fosse nel corridoio anche nel corso dell’operazione.  
Mi pare che venni portata al piano terra su una lettiga; non ricordo nulla circa la situazione a tale piano, ricordo che all’esterno vidi molti flash.
Ricordo un particolare osceno ma non so se accadde prima o dopo il grido “basta”: uno dei poliziotti si toccò i genitali vicino ad una donna seduta davanti a me.
Non mi fu mai detto che ero in stato di arresto, ma certamente non prima di essere arrivata a Bolzaneto, ove comunque non mi fu detto in modo da me comprensibile.
Il mio bagaglio rimase nell’aula; io fui perquisita a Bolzaneto.
Nessuno mi ha mai avvertito che avrei potuto essere assistita da una persona di mia fiducia.
In seguito ai fatti ho dovuto sospendere i miei studi per diverso tempo. Attualmente sto scrivendo la mia tesi di laurea in storia.
Per sei mesi ho avuto incubi ed ho seguito terapie specifiche.
Sono venuta a Genova insieme ad Anna Haymann; non l’ho indicato innanzi al GIP perché ero molto scioccata. Non ero accreditata presso il Media Center, ma vi sono entrata perché era aperto al pubblico. Ho scritto piccoli testi per Indymedia.

Dreyer Jeannette Sibille (udienza 26/1/2006; parte civile, assunta ex art. 197 bis c.p.p.)
(verbaletrascrizione)
Per la notte dal sabato ho cercato con i miei amici un posto sicuro per dormire; alcuni conoscenti  mi hanno indicato la Pertini come un luogo sicuro; vi sono arrivata verso le 19.
Verso le 21 sono andata a cena in una pizzeria vicina. Mentre aspettavamo, all’esterno, è arrivata la Polizia che ci ha fatto mettere vicino al muro e ci ha controllato; una persona è stata caricata su un’auto e la Polizia si è poi allontanata.
Dopo cena sono tornata alla Pertini. Tutto era tranquillo e l’atmosfera era molto rilassata. Non ho sentito parlare del passaggio di auto della Polizia. Avevamo preso i nostri sacchi a pelo dalla macchina e mentre eravamo ancora nel cortile, abbiamo sentito gridare “Polizia” e siamo quindi entrati di corsa nella scuola; eravamo molto spaventati.
Siamo saliti al primo piano; eravamo in molti ed abbiamo deciso di metterci vicino al muro tutti con le mani in alto. Ho visto guardando dalla finestra che molti poliziotti stavano entrando nella scuola; il cortile era pieno di poliziotti. Ho sentito delle grida dal basso e molto rumore; poi ho visto arrivare i poliziotti che hanno subito iniziato a picchiarci, urlando verso di noi “bastardi, bastardi”.
Mi sono seduta ed ho cercato di proteggermi la testa con le braccia. I poliziotti picchiavano infatti sulla testa tutti quelli che si trovavano nel corridoio; ricordo di essere stata picchiata da due poliziotti con un intervallo di qualche minuto; noi eravamo circa una ventina, i poliziotti correvano avanti e indietro e non sono in grado di dire quanti fossero.
I poliziotti indossavano giacche scure, caschi e portavano davanti al viso dei fazzoletti rossi; i pantaloni erano più chiari; avevano stivali neri e cinture scure, manganelli tipo tonfa, un bastone cioè con un manico ad angolo retto. Ho visto anche che alcuni poliziotti usavano il tonfa, tenendolo per la parte lunga e colpendo con il manico. Sono stata colpita sulla mano che si è fratturata in tre punti.
Arrivò poi un poliziotto che gridò ripetutamente “basta”, e quindi gli altri smisero di picchiarci. Non era molto alto, era piuttosto robusto con capelli scuri ed indossava la stessa divisa ma non aveva il fazzoletto rosso. Riconosco tale poliziotto in quello visibile nella foto che mi viene mostrata (Rep 65A G114). 
I poliziotti sembravano ubriachi. Uno ci disse in inglese di non muoverci più, perché avrebbe potuto essere molto pericoloso. La situazione era disastrosa, vi era sangue dovunque; davanti a me vi era una donna che giaceva in una pozza di sangue e non dava segni di vita. Siccome avevo dei bendaggi ho chiesto se potevo aiutarla e così l’ho immediatamente soccorsa; aveva una ferita all’occipite ed aveva perso molto sangue. Avevo in precedenza frequentato un corso di pronto soccorso. Ho detto al poliziotto che aveva urlato “basta” di chiamare subito un’ambulanza. Vi era un’altra donna che non aveva più denti e perdeva sangue dalla bocca e le ho portato l’acqua. In tutto il periodo in cui mi occupavo dei feriti sono rimasta con il poliziotto che aveva detto “basta”. Non so se avesse una posizione di comando, mi sembrava che fosse piuttosto scioccato di quanto vedeva e in inglese cercava di scusarsi con me. Gli ho chiesto che cosa sarebbe successo di noi e mi rispose che saremmo stati tutti portati via. Io sono poi andata nella palestra; nel frattempo è arrivata l’ambulanza. Uno dei sanitari mi disse di andare a tranquillizzare un tedesco, che era in stato di shock, tremava ed era completamente fuori di sé ed aveva forti dolori nelle gambe, ma non aveva ferite apparenti. Ero molto occupata a soccorrere i feriti e non mi sono quindi curata di che cosa stesse accadendo nella palestra.
Vi erano anche poliziotti in abiti borghesi, giacca e cravatta, nella palestra: uno in particolare indossava una giacca.
Sono poi stata accompagnata fuori dalla palestra da un sanitario e sono stata portata prima in ospedale e poi a Bolzaneto. Non ho capito che ero in stato di arresto perché non mi è stato mai comunicato.
Non ho visto gettare oggetti dalla finestra quando è arrivata la polizia.
Hermann Jochen era ferito e Karl aveva delle contusioni.
Il corridoio era abbastanza illuminato, ma non so dire se le luci fossero accese. Ho visto il manganello con cui sono stata colpita al braccio, era più lungo del tonfa e non aveva il manico. Sono stata anche colpita con il tonfa. Per quanto ricordo le uniformi erano tutte uguali.
Il poliziotto che disse che era molto pericoloso muoversi, aveva una cintura nera, non posso dire se fosse tra quelli che hanno picchiato.  Per quanto ricordo le cinture dei poliziotti nella scuola erano tutte nere o comunque molto scure.
Escludo che qualche altro poliziotto abbia urlato “basta” oltre a quello con cui poi ho parlato. Non ricordo se sia tolto il casco sono certa che all’inizio l’aveva in testa.

Jonasch Melanie (udienza 26/1/2006; parte civile, assunta ex art. 197 bis c.p.p.)
(verbaletrascrizione)
Ero a Genova in occasione del G8.  Sono stata tutto il 21 presso il Media Center e la sera mi sono recata alla Pertini per trovare alcuni amici con i quali sarei potuta tornare a casa a Milano. Mi trovavo al terzo piano della Pascoli quando ho sentito un certo trambusto all’esterno; mi sono affacciata ma non ho visto nulla; ho solo sentito alcune urla. Successivamente ho sentito dire che erano passate due auto della Polizia.
Ero nel cortile della Pertini, ove tutto era tranquillo e la gente stava parlando di come ripartire, quando ad un tratto ho visto sopraggiungere di corsa numerosi poliziotti sulla strada dall’alto. Erano in divisa blu e si recavano verso l’ingresso della Pascoli. Mi sono spaventata anche per il numero ed il modo in cui avanzavano nella strada e sono entrata nella Pertini. Ho visto che alcuni chiudevano i cancelli sia della Pertini sia della Pascoli; eravamo tutti impauriti. Sono salita al primo piano, ove ho incontrato alcuni miei connazionali. Dalla finestra ho visto che tutto il cortile era pieno di poliziotti. Non ho visto lanci di oggetti. Con gli altri tedeschi che erano nel corridoio abbiamo deciso di alzare le mani; io ero in piedi con il viso rivolto alla scala e la schiena contro il muro. Poi ho visto arrivare i poliziotti dalla scala e non ricordo più nulla. Soffro di amnesia retroattiva. Ricordo il casco dei poliziotti di colore blu.
Ho ripreso conoscenza quando ero in ambulanza. Sono stata portata in ospedale ove una psicologa mi disse che eravamo tutti in arresto. All’ospedale vi erano sempre i poliziotti davanti alla mia stanza che mi controllavano. Non ho potuto comunicare con nessuno e neppure con un avvocato. Mercoledì infine arrivò il console tedesco. Sono tornata in Germania il 1 agosto. All’epoca stavo scrivendo la mia tesi di laurea ed ho perso per quanto mi è accaduto un certo periodo di tempo; soffro spesso di mal di testa.

Reichel Ulrich (udienza 26/1/2006; assunto ex art. 197 bis c.p.p.)
(verbaletrascrizione)
Mi trovavo nella scuola Pertini ove mi ero recato il sabato perché pensavo di poter trovare qualche opportunità di tornare in Germania, o in caso contrario di dormirvi. Vi sono arrivato verso le 18 e visto che vi era posto, sono tornato allo stadio Carlini, ove dormivo in precedenza, per riprendere le mie cose. Sono quindi tornato alla Pertini un po’ prima delle 22; ho sistemato le mie cose al primo piano; avevo anche trovato alcune persone che conoscevo. Prima ero andato a cena in una pizzeria vicina. Ero seduto al tavolo con altri tedeschi che non conoscevo; arrivarono tre poliziotti che in modo abbastanza aggressivo procedettero ad un controllo e poi si allontanarono. Ritornai quindi alla scuola e mi misi al computer. La situazione era tranquilla; vi erano persone che si preparavano per partire altre che arrivavano.
Verso le 23,30 ad un tratto sentii alcune persone che entrando dal cortile gridavano: “Polizia, polizia”. Mi sono recato verso l’ingresso dove c’era una finestra; vidi così un gran numero di poliziotti che stavano scuotendo il cancello che era chiuso; urlavano qualcosa in italiano che io non ho capito. Sono corso al primo piano, ove avevo lasciato il mio zaino. Non ho visto se qualcuno chiuse il portone. Vi erano persone che correvano a destra e sinistra; c’era molta confusione. Ho guardato dalla finestra ed ho visto un veicolo della Polizia che sfondava il cancello. Sono corso in direzione del bagno; vi era un gran caos; la gente cercava di raggiungere un’impalcatura dalla finestra del bagno per uscire dalla scuola. Io sono tornato nel corridoio;  si sentivano rumori dal basso: colpi, legno che si rompeva e vetri che cadevano, quindi grida.
Indico sulla piantina che mi viene mostrata la posizione del bagno,  della finestra da cui ho guardato verso il cortile e il punto in cui mi trovavo nel corridoio.
Una persona alzò le mani e tutti abbiamo deciso di fare lo stesso. Abbiamo sentito passi veloci sulle scale. Di fronte a me vi erano due persone che con le mani in alto erano appoggiate ad un armadio con la faccia rivolta all’armadio. I poliziotti corsero subito verso queste persone e le colpirono con i manganelli sulla schiena. Urlavano “giù” e colpirono la prima con il manico dei manganelli tipo “tonfa”, tenendoli dalla parte lunga. Questa cadde a terra ed i poliziotti continuarono a colpirla tre o quattro volte. Lo stesso poliziotto si diresse sulla sinistra ove vi era un gruppo di sei o sette persone accucciate in terra con le mani sulla testa per proteggersi e le colpì ripetutamente. Poi sono stato colpito anch’io con una manganello; cercavo di ripararmi la testa con le mani. Almeno tre poliziotti mi hanno picchiato in successive riprese ed uno mi ha anche dato un calcio. Non so quanto sia durato, forse non più di due minuti. Ero il primo vicino all’ingresso.
I poliziotti indossavano caschi ed uniformi scure blu: l’uniforme era più scura del casco.
Riconosco la divisa visibile nella foto B2 che mi viene mostrata, ma non ricordo la cintura bianca che avrei certamente notato. Sono certo che il poliziotto che era davanti a me e mi picchiava non aveva la cintura bianca.
I poliziotti correvano lungo il corridoio e si sentivano grida provenire da ogni parte. Alla mia destra c’era una persona di spalle con i capelli corti in una pozza di sangue, che diventava sempre più grande; era immobile ed io temevo che fosse morta. Un poliziotto gridò: “Non muovetevi”. Poi ci fecero alzare ed io rimasi appoggiato al muro per non cadere. C’era una donna che con il permesso della Polizia aiutava i feriti con alcune garze. Non so se vi fosse qualcuno che desse ordini, forse quello che disse di non muoverci e poi di scendere. Sulle scale vi erano diversi poliziotti che al nostro passaggio ci sputavano addosso ci insultavano e gridavano “bastardi”; uno con il casco  continuava a picchiare quelli che passavano con il manganello, non so se fosse un “tonfa” o non; io non sono stato colpito. Al piano terra c’era un gran caos: vi erano diverse persone ferite, sangue dovunque, il contenuto degli zaini erano sparsi per terra; accanto a me vi era una signora con un braccio gonfio, davanti c’era un uomo che gridava perché aveva le gambe rotte. C’erano anche poliziotti non in uniforme. Uno venne da noi e ci disse di buttare le borse in mezzo alla sala. Uno al centro in uniforme con il viso coperto aveva un’arma che teneva con entrambe le mani e la dirigeva contro una persona che giaceva a terra, mi pare fosse una donna, a cui continuava ad urlare qualcosa. Riconosco l’arma nelle foto che mi vengono mostrate (65 A e 95AED – lancia lacrimogeni).
C’erano anche alcuni poliziotti in maglietta e jeans o pantaloni normali ed alcuni in giacca e cravatta.
Ho visto alcuni poliziotti che svuotavano gli zaini facendone un gran mucchio. Non ho visto poliziotti prendere qualche oggetto particolare dal contenuto degli zaini.
Non ho visto nella scuola alcun oggetto del tipo di quelli visibili nella foto raid 56, che mi viene mostrata.
Molti feriti vennero portati via con barelle ed anch’io venni portato fuori su una barella; quindi con un’ambulanza in ospedale, ove mi hanno curato la testa; mi hanno posto in un corridoio. Avevo una ferita alla testa con commozione cerebrale, frattura del naso e dell’anulare ed indice della mano destra, oltre a contusioni varie sulla parte destra del corpo.
All’ospedale venni ancora percosso dalla polizia penitenziaria con un pugno allo stomaco ed uno schiaffo e sono anche stato colpito sulla parte destra del corpo, ove avevo già diverse contusioni. Sono stato colpito con pugni e calci. In prigione a Marassi mi hanno preso le impronte digitali ed ero in una sala con due poliziotti che mi dovevano fotografare; uno mi ha colpito con forza sulla parte sinistra della faccia. I due poliziotti hanno quindi litigato tra loro e poi quello che mi aveva picchiato nell’uscire mi ha colpito nuovamente.
Nessuno ci ha avvisato che si stava procedendo ad una perquisizione e che avrei potuto essere assistito da una persona di mia fiducia. 
Sono stato infine espulso insieme a Sibler e Pollok. Non ho mai avuto la possibilità di parlare con un avvocato.
Conoscevo il manganello tipo tonfa perché ne era apparsa notizia sui giornali tedeschi, dato che ne erano stati dotati anche i poliziotti berlinesi.
L’illuminazione al primo piano non era molto buona; nella scala era buio mentre nel corridoio era più chiaro, probabilmente le luci erano spente; il bagno era illuminato. Mi pare che il poliziotto sulla scala che ho descritto non avesse un tonfa, colpiva tenendolo normalmente e non al contrario.
Non ho sentito gridare “basta” ma è certo che ad un tratto tutto è finito improvvisamente. Non ho notato nessun poliziotto togliersi il casco al primo piano né soccorrere feriti.

Barringhaus Georg  (udienza 1/2/2006; parte civile, assunto ex art. 197 bis c.p.p.)
(verbaletrascrizione)
Mi sono recato alla scuola Diaz Pertini la sera del 21 verso le 19, dopo la manifestazione, perché avevo saputo che vi si poteva dormire; ero insieme a Stella Lelek.
Ci siamo sistemati al piano terra nella palestra a circa dieci metri a destra dall’ingresso principale, pressoché nel punto che indico sulla piantina che mi viene mostrata.
Vi saranno state circa cinquanta persone; l’umore era abbastanza depresso dopo quanto era accaduto; avevamo paura anche perché avevamo visto la polizia picchiare diverse persone. Volevamo partire, ma siamo rimasti perché avevamo sentito dire che la stazione ferroviaria era chiusa.
Sono rimasto nella scuola o nel cortile o comunque vicino alla scuola fino alle 22 circa, quando sono andato a dormire.
Sono poi stato svegliato da Stella e mi sono accorto che il portone veniva scosso da colpi violenti; vi erano persone che correvano all’interno; nella palestra erano rimaste poche persone e mi sono reso conto che la scuola era circondata dalla Polizia.
Ho seguito alcune persone, due o tre, che salivano su una scala che era in parte sbarrata con assi di legno e che riconosco nella foto n. 40 che mi viene mostrata. Siamo saliti al primo piano; nel corridoio eravamo circa in dieci ed insieme si è deciso di alzare la mani all’arrivo della Polizia. Io ero un po’ indietro rispetto all’ingresso. Arrivò il primo poliziotto che urlò qualcosa in inglese e noi ci stendemmo in terra; subito il poliziotto iniziò a picchiarmi con il manganello; ricevetti diversi colpi sulla gamba e sul lato del corpo. I poliziotti urlavano “bastardi, bastardi”. Poi smisero di picchiarmi, ma poco dopo ripresero ed io venni colpito con un calcio alla faccia e venni sbattuto contro il muro. Sentivo urla e rumori di colpi. Mi lamentavo ed un poliziotto mi disse immediatamente di tacere.
Non sono in grado di dire quale fosse l’abbigliamento dei poliziotti; mentre ero a terra potevo vedere soltanto gli stivali neri ed i pantaloni blu scuro. Non sono neppure in grado di dire con precisione quanto sia durata l’azione, forse cinque minuti; il tempo passava molto lentamente.
Ad un tratto arrivò un poliziotto che gridò: “Basta, basta” e mi sembra che venne anche accesa la luce (prima mi pare che la luce fosse piuttosto scarsa); subito dopo arrivò anche un sanitario a cui mi avvicinai e che si occupò di una persona vicina all’ingresso, che sembrava incosciente e ferita gravemente. Una donna, ospite della Diaz, mi si avvicinò e mi prestò soccorso, bendandomi insieme a Stella; quindi aiutato anche da un sanitario uscii nel cortile; ero seguito anche da un altra persona che ho poi saputo era Sibler.
Mi pare che mi trovassi in una posizione tra le lettere E e G, visibili nella foto n. 52; segno la mia posizione sulla piantina, che mi viene mostrata.
Mi riconosco nella persona sulla barella visibile nel filmato 172 P. 3 min. 11,54, che mi viene mostrato (estratto), e riconosco anche Stella.
Ho riportato una ferita alla tibia destra, sull’occipite e sul naso. Mi dolevano il braccio ed i denti, in particolare gli incisivi ed a Friburgo i medici mi dissero che erano fratturati e che quindi dovevano essere sostituiti con un impianto.
Non ho più riavuto quanto si trovava nel mio zaino. Non mi è stato mai detto che ero in stato di arresto.
Quando il poliziotto disse “basta”, nel corridoio non vi erano più altri poliziotti. Non ricordo se avesse un casco.
Posso in effetti aver dichiarato che qualcuno mi aveva detto che anche presso la scuola Diaz vi potevano essere alcuni black block e che avevo visto girare persone vestite di nero, preciso però che non ho mai visto alcuna persona armata o coperta in volto o che si preparasse per azioni violente.
Sapevo che il GSF avevo organizzato alcune “line” per i dimostranti e che per quanto attiene alla Black line si diceva che potesse essere utilizzata da violenti. La Silver line doveva arrivare alla zona rossa: in effetti una ragazza, arrivata sul posto, era salita sulla palizzata ove aveva fissato una corda con cui doveva essere abbattuta; la Polizia è quindi intervenuta con lacrimogeni.
Mi pare assai improbabile che gli ospiti della Diaz abbiano partecipato alla black line, dato che non mi sembravano preparati per tali azioni.

Lelek Stella (udienza 1/2/2006)
(verbaletrascrizione)
Sono arrivata alla scuola Diaz insieme a Georg Barringhaus verso le 19 del 21. Non ho assistito ad alcun particolare episodio nella strada. Non ho visto persone riconducibili ai black block.
Verso le 22 ci siamo messi a dormire. Ad un tratto ho sentito un certo trambusto e mi sono accorta che vi era molta animazione. Ho svegliato Georg; ci siamo vestiti e siamo corsi insieme agli altri verso le scale.
Riconosco nella foto n. 18  il posto in cui ci eravamo sistemati (il punto cioè da cui è stata scattata la foto), che indico sulla piantina che mi viene mostrata.
Il portone d’ingresso era chiuso, vi era qualcosa davanti ma non ricordo bene; siamo saliti al primo piano; qualcuno disse “restiamo insieme e teniamo le mani in alto” e così abbiamo fatto. Avevo molta paura. Arrivarono i poliziotti che dissero di metterci in terra contro il muro e subito dopo iniziarono a colpire tutte le persone. Io mi ero stesa in terra. Mi ricordo di aver ricevuto un calcio al ventre e diversi colpi sul corpo.
Mi pare di riconoscere nella foto n. 52 il corridoio in cui mi trovavo, mi pare che fossi sulla parte destra non all’inizio ma un po’ più avanti.
Non posso dire quanto durò l’azione della Polizia; ricordo soltanto che ad un tratto qualcuno gridò: “Basta, basta” e tutto terminò; io riaprii gli occhi e vidi che c’era molto sangue; vidi Georg che era coperto di sangue.
Vi era una donna, di cui poi ho saputo il  nome Jeannette (che riconosco nelle foto-segnaletica n. 26), che aiutava i feriti; più tardi ho conosciuto Sibler Steffen, ed insieme a lui sono uscita nel cortile.  Vi era anche una ragazza che aveva perso conoscenza e che mi pare sia stata curata per prima dal sanitario intervenuto, che poi su mia richiesta si occupò anche di Georg.
Nel corridoio le lampade erano spente e la luce veniva soltanto dall’esterno.
Al momento dell’intervento della Polizia non ho visto lanci di oggetti dalle finestre né persone armate di bastoni o mazze.
Mi riconosco nel filmato che mi viene mostrato (Rep. 199 p. 1, min. 08,00 - estratto) sono vicina alla barella su cui si trova Georg. Nel filmato Rep. 172 p. 3 min. 12,00 (estratto) riconosco le persone che scendono dall’ambulanza: siamo io e Georg,  mentre l’altra persona che passa davanti in barella dovrebbe essere Sibler, non mi ricordo se era nella stessa ambulanza con noi.
Non sono stata arrestata; sono sempre stata vicino a Georg. Siamo andati insieme in una camera ove sono rimasta seduta vicino a lui. Un medico mi ha portato una lettiga su cui potermi coricare. La mattina ho deciso di tornare alla scuola ove erano rimaste tutte le nostre cose. Davanti alla camera vi erano i poliziotti che mi hanno lasciato andare. Alla scuola ho trovato che non c’era più niente; i computer erano rotti, le cose tutte ammucchiate. Quando sono tornata all’ospedale la Polizia mi disse che non potevo incontrare Georg, che peraltro riuscii ugualmente a vedere nel corridoio.

Baumann Aydin Barbara (udienza 1/2/2006; parte civile, assunta ex art. 197 bis c.p.p.)
(verbaletrascrizione)
Ero a Genova con amici per manifestare contro il G8. Il sabato abbiamo saputo che vi era la possibilità di dormire presso la scuola Diaz Pertini, che io avevo avuto occasione di vedere due giorni prima perché mi ero recata al Media Center, e così la sera del 21, verso le 20 ci siamo andati.
Abbiamo un po’ parlato, sistemato le nostre cose e quindi  verso le 21,30 ci siamo messi a dormire.
Ci trovavamo pressoché nel punto che indico sulla piantina che mi viene mostrata.
Ad un tratto  mi sono svegliata perché qualcuno gridava che c’era la Polizia; mi sono vestita e poi sono corsa verso il corridoio dove c’erano i computer. Sapevo che vi era una scala e pensavo che fosse possibile uscire dall’edificio. La porta principale era stata chiusa, ma non l’ho vista chiudere.
Sono salita al primo piano, ma sono poi ridiscesa, perché volevo prendere la tenda che mi aveva prestato una mia amica, raccomandandosi di non perderla di vista. Mi sono così accorta che una finestra era distrutta ed ho visto diverse persone che uscivano, attraversandola; non sono in grado di riferire a quale piano si trovasse tale finestra o se vi fosse all’esterno un’impalcatura. Sulle scale ho visto un gruppo di persone che correva verso di me; siamo saliti nel corridoio seguiti dalla polizia. Eravamo un piccolo gruppo di circa dieci persone. I poliziotti hanno urlato qualcosa in italiano; prima uno e poi tutti noi abbiamo alzato le mani. Ci tenevamo le mani sulla testa perché i poliziotti avevano subito iniziato a colpirci con i manganelli. Erano circa una decina alcuni in uniforme e almeno uno o due senza, portavano il casco ed un fazzoletto davanti alla bocca; era impossibile riconoscerli. Mi hanno colpito sulla testa e sulle mani con cui mi proteggevo; caddi a terra e rimasi per un attimo senza coscienza. Sono stata ancora colpita sulla schiena e con un calcio sul fianco. Sentivo lamenti ed urla, ho visto colpire la persona che era al mio fianco. Ho visto colpire ripetutamente  anche con gli stivali Rafael (di cui solo successivamente ho conosciuto il cognome, Pollok). Finalmente ad un tratto tutto finì e vidi che presso la porta da cui si accedeva nel corridoio vi era una persona con un vestito civile (giacca e cravatta) che parlava con i poliziotti in evidente posizione di comando. Non sono in grado di ricordare particolari più precisi circa tale persona, era robusta, non mi pare che portasse occhiali e sono quasi sicura che non aveva la barba.
Siamo stati portati al piano terra; un’altra persona ed io abbiamo sorretto Rafael che non riusciva a tenersi in piedi. Mentre stavamo scendendo, vi era una persona con un manganello che colpiva quelli che passavano; io sono stata nuovamente colpita. Ci siamo seduti a terra nella palestra verso il muro. Ero molto preoccupata per Rafael che non riusciva a muovere le gambe. Nella palestra ho visto due persone che conoscevo da Berlino: Julia Fatzke e Ulrich (Reichel) che era completamente ricoperto di sangue e non si riusciva a vedere se aveva ancora il naso per il sangue che perdeva.
Dopo un po’ di tempo entrò nell’aula il personale sanitario che si occupò inizialmente dei feriti più gravi. Improvvisarono con cartoni alcune steccature. Una parte di tali sanitari peraltro non sembrava in grado di provvedere ai soccorsi e visibilmente non sapeva che cosa si dovesse fare.
Sono stata portata in ospedale su un’ambulanza insieme ad altri feriti. Avevo capito che ero in arresto ma nessuno lo ha detto ufficialmente.
Avevo incontrato in precedenza Pollok nel corso di una manifestazione e già trascinava un po’ la gamba; ricordo che dopo l’irruzione della Polizia sanguinava dal naso.

Figurelli Attilio (udienza 15/2/2006; parte civile, assunto ex art. 197 bis c.p.p.)
(verbaletrascrizione)
Verso le 23 – 23,30 siamo entrati nella scuola Pertini, per passarvi la notte. Sulla strada non vi erano molte persone.
Siamo saliti al primo piano e mentre stavo stendendo a terra la mia coperta in mezzo al corridoio, ho sentito un forte trambusto all’esterno. Ho riposto la coperta nello zaino, mi sono affacciato ed ho visto che vi era la polizia che cercava di entrare nell’edificio. Il cancello del cortile venne chiuso da alcuni ragazzi; vi era anche una camionetta della polizia. I poliziotti avevano un atteggiamento aggressivo. Sono rientrato dal balcone e non ho più visto che cosa sia successo all’esterno. Eravamo vicino all’ingresso dalla scala. Abbiamo sentito forti rumori ed io Angela e Vito non sapevamo che cosa fare; ci siamo messi con le mani alzate; sono arrivati i poliziotti che ci hanno radunato in un angolo alla fine del corridoio; il primo poliziotto che arrivò ci ha detto di sederci in italiano e così abbiamo fatto. Ogni tanto passava un poliziotto che colpiva qualche ragazzo con il manganello e poi si allontanava; ne arrivava poi un altro che a sua volta colpiva qualche altro ragazzo; io non ho subito colpi perché ero nell’angolo e quindi ero un po’ coperto. Ho visto colpire un ragazzo alla testa.
Mi pare che i poliziotti indossassero un’uniforme antisommossa, come quelle che si vedono allo stadio. Ho anche visto un uomo vestito con un completo, giacca e pantaloni blu o neri, che continuava a dire “state calmi, state calmi”; mi pare che lo dicesse rivolto ai poliziotti.
Ci hanno poi portato al piano terra nella palestra, ove ho visto diverse persone che apparivano ferite e si lamentavano. Un poliziotto che non era in divisa mi ha detto di mettere lo zaino insieme ad altri in un mucchio; non ho più saputo nulla delle mie cose.
Ho notato che i poliziotti prelevavano da uno zaino un moschettone che era attaccato all’esterno, sembrava che cercassero qualcosa.
Sono stato portato in una camionetta insieme ad altri quattro o cinque ragazzi. Non mi spiegarono il motivo. Mi resi conto solo successivamente di essere in stato di arresto.
Indico sulla piantina che mi viene mostrata con una X il punto dove mi trovavo e con una P il punto dove si trovava il poliziotto.

Mirra Christian (udienza 15/2/2006; parte civile, assunto ex art. 197 bis c.p.p.)
(verbaletrascrizione)
Mi sono recato presso la scuola Pertini nel pomeriggio del 21 verso le ore 19 - 19,30; vi erano molti ragazzi di diverse nazionalità che si erano sistemati per passarvi la notte; e così decisi di fermarmi anch’io; la situazione mi sembrava infatti abbastanza attraente. Sono andato a cena in piazzale Kennedy e sono tornato alla scuola verso le 22. Vi erano alcune persone nel cortile; all’interno vi erano già alcuni che dormivano, altri che parlavano; tutto era tranquillo. Mi sistemai nella palestra e stesi il mio sacco a pelo vicino a quello del mio amico, Bocchino.
Ho scattato al mio amico, una ventina di minuti prima dell’arrivo della Polizia, la fotoallegata alla querela, che mi viene mostrata.
Ad un tratto sentii rumori all’esterno. Mi alzai e corsi fuori dalla palestra; il portone era chiuso; tutti erano molto spaventati. Salii sulle scale insieme ad altre persone; dopo la prima rampa di scale vidi alcuni ragazzi che cercavano di uscire da una finestra. Il mio amico uscì attraverso la finestra, mentre io rimasi incastrato con lo zaino; mi girai e vidi i poliziotti che stavano arrivando. Feci appena in tempo a scendere dalla finestra che i poliziotti cominciarono a picchiare tutti quelli che si trovavano nel corridoio. I poliziotti portavano una divisa scura, il casco ed un fazzoletto che copriva il volto.  Alzai le mani ma venni subito colpito; mi accovacciai e continuai a ricevere colpi sulla testa e sulle mani con cui cercavo di proteggermi. Sono stato colpito con manganelli e calci; i poliziotti ci insultavano chiamandoci “bastardi, comunisti ecc.”. Ho avuto la sensazione che alcuni poliziotti picchiassero e poi si allontanassero e che dopo un po’ ne arrivassero altri che ricominciavano a picchiare. Vicino a me vi era un ragazzo che mi riconobbe poi in ospedale, Fabian di Basilea. Uno dei colpi mi ruppe gli occhiali.
Ad un tratto ho sentito qualcuno che disse: “Basta” e quindi tutto cessò; vidi poi una persona con pantaloni arancione che mi sollevò e mi accompagnò giù per le scale sino in palestra.
In palestra venni perquisito anche sulla persona, palpeggiandomi  in particolare sui genitali.
In ospedale ero piantonato; il primo giorno i poliziotti erano piuttosto aggressivi.
Nella scuola non avevo notato nulla di strano, non ho visto bastoni o altri oggetti che potessero essere utilizzati come armi. Avevo mandato poco prima alcune e-mail in cui dicevo appunto che il luogo mi sembrava tranquillo e molto piacevole.
Riconosco la mia camicia ed il luogo in cui mi trovavo nelle foto Rep. 065A G126 e Rep. 065 E sangue e 065 E scuola, che mi vengono mostrate;  ho visto l’ultima foto una ventina di giorni dopo in un campeggio organizzato da varie associazioni (vi era Francesco Caruso ed altri personaggi), ove raccontai la mia vicenda; la foto era esposta insieme a molte altre in un pannello; si vede anche la ciocca di capelli che mi era stata strappata.
Nella foto 1148 int. Mirra, mi riconosco nella persona a destra, di cui si vede soltanto la maglietta e la camicia legata in vita.
La divisa dei poliziotti potrebbe essere quella visibile nella foto B2, ma non ne sono sicuro; ricordo che la divisa era scura, ma non ricordo la cintura bianca.
Mentre ero in ospedale venne effettuata una perquisizione nella mia abitazione. Soltanto quando uscii dall’ospedale venni a conoscenza delle accuse che mi erano state rivolte.

Hinrichs Meyer Thorsten (udienza 16/2/2006; parte civile, assunto ex art. 197 bis c.p.p.)
(verbaletrascrizione)
Ero venuto a Genova per partecipare alle dimostrazioni contro il G8 con due amici Gatermann Christian e Weisse Tanja. Ci eravamo sistemati il venerdì sera nella scuola Diaz Pertini in un’aula al primo piano (laboratorio di fisica). Siamo arrivati verso le 17 - 18. La situazione era tranquilla; vi erano molte persone sia all’esterno sia all’interno della scuola. Non ho notato alcun passaggio di pattuglie di polizia verso le 21; io forse non ero presente anche perché mi ero allontanato con amici per prendere un caffè.
Ad un tratto ho sentito un certo trambusto; ho guardato fuori dalla finestra ed ho visto molti poliziotti davanti al cancello del cortile che era chiuso; sono rientrato nell’aula ed ho avvertito i miei amici (Tanja stava già dormendo e Christian era ancora sveglio). Avevamo molta paura. Nell’aula vi erano anche altre persone e molte erano nel corridoio. Abbiamo quindi aspettato l’arrivo della polizia, mettendoci con le mani alzate.
Indico la  mia posizione sulla piantina che mi viene mostrata.
Abbiamo iniziato a sentire urla e colpi dal piano inferiore; sono arrivate alcune persone dalle scale; quando sono arrivati i poliziotti ero nel corridoio a sinistra delle scale con le mani alzate rivolto contro il muro. Un poliziotto ha iniziato a colpirmi; io ho messo le mani dietro la testa per riparami; sono stato colpito sulle mani e sul corpo circa otto volte; dopo i primi due colpi sono caduto a terra; ho visto che anche le persone che mi erano vicine sono state a loro volta picchiate. Eravamo spaventati a morte. Scendendo le scale venni colpito nuovamente da un poliziotto con il manganello e con calci; i poliziotti ci insultavano e ci sputavano addosso.
Ricordo che al primo piano c’era una persona non in divisa, ma con il casco, che mi sembrava più un osservatore che un poliziotto; si capiva che aveva una posizione di comando. 
I poliziotti portavano una divisa blu, pantaloni più chiari della parte superiore, con una cintura scura; avevano un fazzoletto di colore bordeaux sul viso.
Le divise erano molto simili  a quelle visibili nel filmato Rep.172 p. 2 min. 7,45(estratto).
Sono stato portato nella palestra e mi hanno fatto sdraiare in terra vicino ad altri. Vi erano molte persone che apparivano ferite e si lamentavano per il dolore. I poliziotti hanno radunato gli zaini in un cumulo; le persone non sono state perquisite. Ho riavuto il mio zaino da persone che avevano raccolto le cose sparse in giro. Non ho invece riavuto altre cose di un certo valore, tra cui un mio coltello tipo svizzero multiuso.
Uno dei coltellini visibili nelle foto Raid45, 46, 54 assomiglia al mio; le stecche di metallo sono i sostegni degli zaini.
Sono stato infine portato in una macchina della Polizia su cui si trovavano altre sei persone.
Mi riconosco nella persona con le mani sopra le testa nella camionetta, visibile nel filmato Rep. 199 p. 1 min 6,10 (estratto)
Un anno dopo i fatti avevo ancora dolori al torace; sono stato sottoposto anche a terapia psicologica per quattro settimane. Sono stato espulso dall’Italia.
Non ho visto lanciare gli zaini da una parte all’altra della palestra dai loro proprietari, ma soltanto i poliziotti che li raccoglievano in un mucchio.
Nella scuola non ho visto persone che potessi classificare black block; ho visto qualche indumento nero.
Il fazzoletto che i poliziotti portavano sul viso era rosso scuro; confermo che le cinture erano scure; l’ho riferito soltanto nell’interrogatorio di Amburgo perché mi ero sforzato di ricordare meglio, anche se non sono sicuro al cento per cento che fossero nere.
Tutte le lesioni di cui alla documentazione prodotta sono riferibili a quanto avvenuto presso la scuola Diaz; nella caserma di Bolzaneto ho ricevuto spinte e calci ma non ho riportato particolari lesioni.

Gatermann Christian (udienza 16/2/2006; parte civile, assunto ex art. 197 bis c.p.p.)
(verbaletrascrizione)
Ero a Genova in occasione del G8; il venerdì sera, insieme a Tanja Weisse e Hinrichs Meyer, eravamo arrivati alla scuola Diaz Pertini, ove ci eravamo sistemati al primo piano in un’aula (laboratorio di fisica) che indico sulla piantina che mi viene mostrata.
Verso le 17,30 del 21 sono arrivato alla scuola Diaz Pertini. Non ho visto transitare davanti alla scuola auto della Polizia, ma ne ho sentito soltanto parlare.
Verso le 23 sono rientrato nell’aula; ci eravamo messi a dormire; ad un tratto ho sentito un certo trambusto all’esterno; sono uscito dall’aula e nell’ingresso mi è venuto incontro Hinrichs, dicendomi che stava arrivando la polizia; sono tornato nell’aula per avvisare Tanja, che si è subito alzata; nello stesso momento abbiano sentito un grande rumore dal piano inferiore, vetri rotti e colpi; ci siamo portati nel corridoio verso l’ingresso; avevamo molta paura; ci siamo sdraiati in terra in un vano davanti alle toilette, perché pensavamo che fosse la posizione migliore per evitare interventi violenti della Polizia. Sono poi arrivati mi pare tre poliziotti, che nel corridoio hanno iniziato a colpire le persone che vi si trovavano in piedi; quindi sono andati via; io e Tanja ci siamo alzati e ci siamo avvicinati alle persone che erano nel corridoio, mettendo le mani sulla testa. Dopo alcuni minuti un poliziotto in borghese ci disse di scendere al piano inferiore.
I poliziotti portavano una divisa blu con pantaloni più chiari, caschi; mi pare ma non ne sono sicuro che avessero delle cinture bianche.
Ero nel piccolo vano prima dei bagni, luogo che indico sulla piantina che mi viene mostrata.
Siamo scesi e lungo le scale un poliziotto in borghese (senza divisa, con una pettorina con la scritta Polizia) picchiò con un manganello sulla coscia uno che scendeva; io non venni colpito.
Vidi i computer al primo piano rotti e venni condotto nella palestra, ove si trovavano molte persone che apparivano ferite, sanguinavano e si lamentavano. Ci venne detto di sederci. Dopo un po’ arrivarono i soccorsi. La polizia iniziò a raccogliere gli zaini, svuotandone il contenuto; alcuni poliziotti avevano il viso coperto con fazzoletti rossi. Vi erano anche poliziotti in abiti civili (giacca e cravatta).
Mi hanno messo le manette di plastica e mi hanno portato fuori dalla scuola; poi, dato che non c’era posto sul mezzo della Polizia, mi hanno riportato all’interno e quindi dopo un po’ nuovamente fuori.
Nessuno ci disse quale fosse la nostra situazione, né che avremmo potuto farci assistere da un legale.
Mi riconosco nel filmato Rep. 177 p. 5 p.19 min. 10,55 (estratto):nella persona con indosso una t-shirt rossa; davanti a me passa Tanja; mi pare si trattasse della seconda uscita.
Non ho più riavuto gli oggetti rimasti nella scuola: soltanto successivamente ho riavuto lo zaino.
Ho riportato un trauma psicologico. Sono stato espulso.
Non ho visto nessuno opporre resistenza alla Polizia. Tanja è stata colpita sulle scale.
Non sono sicuro che le divise fossero quelle visibili nelle foto B2 e B3 perché non ricordo il colore della cintura. Non ho visto nella scuola la divisa raffigurata nella foto D2.

Weisse Tanja (udienza 22/2/2006; parte civile, assunta ex art. 197 bis c.p.p.)
(verbaletrascrizione)
Sono arrivata alla Scuola Diaz verso le 17,30 del 21 con due amici, Gatermann (Christian) e Hinrichs Meyer, per pernottarvi; ci eravamo sistemati al primo piano nell’aula di fisica.
La sera verso le 22 mi sono recata presso la Scuola Pascoli e quindi sono ritornata alla Pertini e mi sono messa a dormire; saranno state le 22,30. Sono stata svegliata dal mio amico Gatermann, che mi ha detto che stava arrivando la Polizia; avevo paura che ci facessero qualcosa. La mia paura derivava da quanto avvenuto nei giorni precedenti ed in particolare dalla morte di Giuliani.
Siamo andati nel corridoio nella direzione delle toilette e ci siamo stesi in terra nello stanzino prima dei bagni; eravamo solo noi due. Dopo circa una decina di minuti sentii rumori nel corridoio e Christian, che guardava da una fessura della porta mi disse che i poliziotti stavano picchiando coloro che si trovavano nel corridoio. Siamo usciti nel corridoio dove vi era già un gruppo di persone a cui ci siamo uniti, mettendo le mani in alto: abbiamo infatti pensato che fosse meglio essere in gruppo piuttosto che da soli in uno stanzino. Arrivarono poi alcuni poliziotti che picchiarono a loro volta qualcuno dei presenti; uno stava per colpirmi, ma si arrestò con il manganello davanti alla mia faccia; non so spiegarmene il motivo, perché aveva già colpito altri prima di rivolgersi contro di me.
Indossava, come gli altri poliziotti, un’uniforme blu scuro con una cintura nera; il volto era coperto con un fazzoletto; non ricordo la forma del manganello. Due persone del gruppo a cui ci eravamo uniti avevano ferite alla testa e sanguinavano.
Ho poi visto un poliziotto in abiti civili (mi pare un abito grigio) che ci faceva segno di scendere di sotto. Un poliziotto mi accompagnò verso le scale, facendomi scendere; Christian  era dietro di me; a metà della scala vi era un poliziotto che vidi picchiare una donna che mi precedeva; avevo paura che colpisse anche me; in effetti mi picchiò con tutta la sua forza sulla  coscia destra, facendomi quasi cadere a terra. Anche questo poliziotto non era in uniforme ma in abiti civili, mi pare pantaloni e camicia. Ci fu ordinato di radunarci nella palestra, ove vi erano molte persone, alcune sedute altre in piedi, molte apparivano ferite e sanguinavano. Vidi che i poliziotti svuotavano gli zaini: prendevano casualmente gli zaini da terra e li svuotavano. Il mio zaino era rimasto al primo piano e venne perduto. Successivamente arrivò il personale sanitario.
Nessuno ci disse che eravamo in arresto.
La macchina fotografica rossa visibile nella foto 54 è la mia; era nel mio zaino e aveva le mie iniziali; nello zaino inoltre vi erano anche i miei documenti. Non ho visto gli altri oggetti visibili nella stessa foto e nelle seguenti.
Mi riconosco nella persona visibile al min. 11,04 del filmato 177 p 19 (estratto, min. 00,10)
Non ho dato calci o pugni ai poliziotti; né ho insultato i poliziotti; non avevo coltellini o bastoni; nessuno mi disse che potevo essere assistita da un difensore. Oltre all’ematoma alla coscia ho subito conseguenze psicologiche perché fui molto traumatizzata; ancora oggi ho incubi e grande paura delle forze dell’ordine. Non ho riavuto nulla dei miei oggetti. Sono stata espulsa.
Non ho precedenti penali per resistenza o altri reati né ho in corso processi per fatti analoghi; ho avuto un’inchiesta per una manifestazione antinucleare, in ordine alla quale era stato proibito il transito in un certo percorso, divieto non rispettato, ma il processo si è chiuso senza alcuna conseguenza.     

Kress Holger (udienza 22/2/2006; parte civile, assunto ex art. 197 bis c.p.p.)
(verbaletrascrizione)
Sono arrivato verso le 16 – 17 del 21 alla scuola Pertini, che mi era stata indicata quale posto sicuro per dormire; ero insieme a Britta Bachmann. C’era molta gente, l’atmosfera era abbastanza tesa, probabilmente per quanto accaduto negli ultimi due giorni.
Ho visto che sulla strada è passata una pattuglia della polizia con una macchina, se ben ricordo si trattava di una sola macchina. Non ho notato un atteggiamento aggressivo nei confronti della pattuglia. Non sono in grado di ricordare  quando tale fatto avvenne; io ero al primo piano della Pertini e l’ho visto dalla finestra. Abbiamo parlato con la Sig.ra Bachmann se restare o cercare di andare via da Genova.
Eravamo nel corridoio del primo piano, pressoché nel punto che indico sulla piantina che mi viene mostrata; ad un tratto ho sentito un certo trambusto e guardando dalla finestra, ho visto arrivare la Polizia dalla destra.
Con la Sig.ra Bachmann abbiamo allora deciso di rimanere al primo piano e di farci arrestare pacificamente. Avevamo tutti le mani in alto; ho visto quindi i poliziotti salire le scale; il primo appena arrivato mi colpì in faccia diverse volte con il manganello. Tutto avvenne molto rapidamente e non sono in grado quindi di dire quale fosse l’abbigliamento del poliziotto che mi colpì. Caddi a terra in semi incoscienza e mentre ero disteso venni colpito altre volte con calci. Cercavo di proteggermi la testa ed avevo quindi una visuale piuttosto limitata; vidi un uomo che veniva picchiato e scivolava sulla parete; i poliziotti correvano e quando mi passavano vicino mi colpivano nuovamente con calci.
Successivamente venni portato nella palestra; non ricordo come vi sia arrivato perché, come ho già detto, ogni tanto perdevo conoscenza ed i miei ricordi non sono continui. Sanguinavo molto e non potevo vedere bene.
Dopo un certo periodo di tempo arrivarono due sanitari che iniziarono a controllare i feriti; uno arrivò anche vicino a me e mi disse che potevo avere una frattura della costola; fui quindi steso su una barella e portato via.
Non ho più riavuto il mio zaino.
Mi riconosco nella foto Rep.065D 09
Avevo tre ferite in faccia e diverse contusioni. Solo a Bolzaneto venni avvertito che ero in arresto. Venni espulso dall’Italia.
Nella caserma di Bolzaneto non ho subito altre lesioni, ma solo qualche percossa.
Ho avuto un procedimento per una manifestazione a Davos insieme alla Sig.ra Bachmann

Hubner Tobias (udienza 2/3/2006; parte civile, assunto ex art. 197 bis c.p.p.)
(verbaletrascrizione)
La sera del 21, verso le ore 21 - 21 e 30 mi sono recato alla scuola Diaz Pertini, non per passarvi la notte, ma soltanto per lavarmi i denti ed avere informazioni sui treni in partenza, dato che volevo ripartire; ero insieme a Miriam Heigl. Nella scuola vi erano anche altri due miei conoscenti, Treiber e Natrath.
Mentre ero sul marciapiede a lato della Pertini, ho assistito al passaggio di una pattuglia della Polizia: erano due veicoli una Jeep ed un’auto normale che procedevano lentamente; vi furono alcuna urla “assassini”; vi saranno state circa 15 – 20 persone su ciascun lato della strada. I veicoli proseguirono lentamente fino a superare la scuola e poi si allontanarono velocemente. Tutto durò al massimo mezzo minuto. Non ho visto altre azioni ostili nei confronti della Polizia. Secondo me molti dei presenti non si accorsero neppure di tale passaggio.
Sono entrato nel cortile della scuola: c’era un tavolo dove ci si poteva informare degli orari dei treni. Ero ancora nel cortile quando ho visto che dalla destra sopraggiungevano molti poliziotti correndo; sentii urlare: “Polizia Polizia”; entrai nella scuola perché volevo trovare la mia amica Miriam che era all’interno. Nel cortile vi saranno state circa una ventina di persone; davanti a me rientravano alcune persone e così dietro di me. Quando ho visto la Polizia il cancello era aperto, mentre quando sono rientrato nella scuola, mi sono accorto che era stato chiuso.  Ho ritrovato la mia amica vicino ai computer e le ho detto che stava arrivando la Polizia, così come agli altri che si trovavano vicini. Nella palestra vi erano diverse persone sedute in terra, probabilmente circa una cinquantina; vicino ai computer vi saranno state altre dieci persone circa. Abbiamo cercato di uscire dalla scuola, ma il portone era stato chiuso; non so dire come, dato che stavo parlando con la mia amica vicino ai computer. Davanti al portone vi era qualche persona; non so dire se fosse barricato, mi sembra che fosse libero, ma attualmente non lo ricordo. Abbiamo attraversato la palestra; la porta opposta all’ingresso era chiusa e così siamo tornati ai bagni vicino all’ingresso, ma le finestre erano sbarrate con inferriate. Siamo saliti al primo piano e siamo entrati nei gabinetti nel corridoio sulla sinistra salendo; mi pare che anche Teresa Treiber e Natrath Achim fossero dietro di noi, così come altre persone. Siamo usciti attraverso la finestra su un’impalcatura e visto che non era possibile scendere siamo tornati nel gabinetto e poi nel corridoio. Abbiamo sentito delle urla da sotto; ero vicino all’ingresso del gabinetto e davanti a me vi erano altre persone in piedi e tutti abbiamo alzato le mani; arrivò un poliziotto dalle scale e qualcuno disse di sederci; noi ci siamo seduti con le mani in alto sopra la testa; davanti a me vi era un poliziotto che urlava qualcosa e dava calci ad una porta; aveva un’uniforme scura, stivali neri, parastinchi neri, casco blu; si girò verso di noi e colpì quello che era in ginocchio vicino a me, urlando, mi sembra, “bastardi”,  poi si allontanò; ad un tratto sentii qualcuno gridare: “Basta, basta”; mi voltai e vidi un poliziotto con pantaloni blu, giacca blu e casco; subito dopo i poliziotti smisero di picchiare.
Vidi vicino a me un giovane insanguinato che venne portato via; ci fecero scendere al piano inferiore; ho visto sul pianerottolo un poliziotto in abiti civili che percuoteva con il manganello tutti quelli che passavano davanti a lui; quando arrivai vicino a lui mi avvicinai a Miriam per proteggerla ed il poliziotto mi colpì dicendomi “bastardo”. Nella palestra vi erano molti feriti; alcuni erano stesi in terra. Vi erano anche alcuni sanitari che cercavano di aiutarli.
Nella palestra vi erano poliziotti in uniforme blu e casco blu, qualcuno, pochi, in abiti civili (giacca) e due o tre in abbigliamento  normale jeans e t-shirt ed un giubbotto con la scritta Polizia. Alcuni poliziotti prendevano i bagagli e li svuotavano in un grande mucchio, mettendo da parte gli indumenti scuri. Un poliziotto, in jeans e camicia con la pettorina Polizia, raccoglieva i documenti. Avevo l’impressione che quelli in abiti civili avessero una posizione preminente. Due indossavano vestiti grigi con una banda con i colori della bandiera italiana.
Ho già a suo tempo riconosciuto nelle fotografie che mi vengono mostrate, la persona  a destra (n. 4, che era uno dei poliziotti nella toilette, l’altro era in jeans e maglietta o una camicia e nella n. 32 il poliziotto che correva nella palestra ed indossava una giacca.   
Nella foto Rep. 120 Raid 4 PZ riconosco i parastinchi sopra i pantaloni (portati dal poliziotto sulla destra), sono simili a quelli indossati dal poliziotto al primo piano; nella foto SC007 mi pare  di riconoscere il poliziotto che disse “basta basta”; la fotoB2 mi pare raffiguri la stessa divisa del poliziotto di cui ho detto prima che disse “basta basta”; le differenze sono la cintura bianca (che non mi pare indossasse tale poliziotto) e la giacca fuori dai pantaloni. Nella foto Rep. 070 hoggvat riconosco infine me e Miriam.
Nessuno mi ha mai detto che ero in stato di arresto o che avrei potuto farmi assistere.
Ho avuto problemi di orientamento, stati di ansia e ancora oggi ho disturbi del sonno. Sono stato espulso.

Heigl Miriam (udienza 2/3/2006; parte civile, assunta ex art. 197 bis c.p.p.)
(verbaletrascrizione)
Sono arrivata a Genova insieme a Tobias Hubner. Alla fine della dimostrazione a cui abbiamo partecipato in prima serata ci siamo recati alla Diaz.
Non ricordo il passaggio di una pattuglia della Polizia. Eravamo nel cortile della scuola ed io non guardavo continuamente la strada. Probabilmente il mio amico me lo ha detto, ma io non ho visto nulla.
Ero nella scuola perché volevo lavarmi i denti e guardare in internet l’orario dei treni; ero davanti ai computer quando arrivò la notizia che la polizia stava tentando di entrare nella scuola. Diverse persone rientrarono nella palestra, le persone che erano coricate si alzarono, molti correvano in diverse direzioni; avevamo tutti molta paura perché avevamo già visto con quanta brutalità la polizia agiva contro i dimostranti. Noi eravamo insieme ai nostri conoscenti Natrath e Treiber. Non ho guardato il portone perché cercavamo di lasciare l’edificio e correvamo a destra e sinistra per trovare finestre e porte; quindi siamo saliti al primo piano e abbiamo cercato di uscire attraverso la finestra del gabinetto; ma poi abbiamo rinunciato; abbiamo deciso di aspettare la Polizia con le mani in alto. Io ero sull’ingresso del bagno; nel corridoio vi erano diverse persone. Arrivarono i poliziotti che iniziarono a picchiare i presenti; vidi un poliziotto che cercava di aprire una piccola porta con calci. Un mio amico, Natrath, venne colpito due volte da questo poliziotto; non ho visto colpire altre persone ma sentivo le urla di coloro che venivano colpiti; quindi ci venne detto di metterci in ginocchio con le mani in alto sopra la testa. Dopo un po’ arrivò un poliziotto che gridò: “Basta” e gli altri smisero di picchiare. Non l’ho visto direttamente mentre gridava; ho sentito il grido.
Il poliziotto che ha colpito il mio amico era in uniforme indossava un casco, aveva il viso coperto e portava stivali neri e parastinchi.
Ci fecero scendere al piano inferiore; all’inizio della scala vi era un poliziotto in abiti civili (giacca e cravatta ed una fascia tricolore) che picchiava quelli che scendevano lungo le scale;  Tobias mi rimase vicino proteggendomi e venne così colpito.
Nella palestra vi erano molti feriti, alcuni distesi in terra; c’era molto sangue. Noi dovevamo stare in ginocchio con le mani sulla testa. Arrivò poi un medico e il personale sanitario; i feriti vennero portati fuori e la palestra iniziò a  svuotarsi; alla fine rimasero circa 20 - 25 persone non ferite gravemente; ci presero i documenti e poi ci condussero fuori su un veicolo della Polizia. Nessuno ci disse che eravamo in stato di arresto. I nostri bagagli erano rimasti  in macchina.

Nathrath Achim (udienza 8/3/2006; parte civile, assunto ex art. 197 bis c.p.p.)
(verbaletrascrizione)
Il 21 mi trovavo nella scuola Diaz Pertini, ove mi ero recato per lavarmi i denti e per utilizzare internet; eravamo arrivati il venerdì sera ed avevamo pernottato in un bus camper vicino al complesso scolastico Diaz.  Ero insieme ai miei amici Treiber, Heigl e Hubner.
Il sabato, dopo la manifestazione, mi sono recato nella prima serata alla Pertini. Più tardi mentre mi trovavo vicino al portone sentii alcune voci: “Arriva la Polizia”. La situazione era fino a quel momento abbastanza calma e nel cortile vi erano poche persone; subito dopo divenne piuttosto agitata.
Vidi arrivare i primi poliziotti, non sono sicuro, ma è molto probabile, da una finestra quando ero già all’interno. Volevo cercare la mia amica nella scuola; la trovai infatti vicino ai computer; ho avvertito lei e gli altri che stava arrivando la Polizia. Poco dopo arrivò un altro giovane che urlava: “Polizia” ed allora tutto divenne caotico. Noi siamo saliti al secondo piano perché le porte e le finestre del piano terreno erano tutte chiuse. Siamo usciti sull’impalcatura, ma poi i miei amici mi richiamarono perché sembrava molto pericoloso. Sono rientrato ed insieme agli altri abbiamo deciso di scendere al primo piano e ci siamo posti nel corridoio sulla sinistra, pressoché nel punto che indico sulla piantina che mi viene mostrata Si sentivano continuamente forti rumori e grida. Una o due persone si chiusero in uno stanzino vicino. Arrivarono due poliziotti  che urlarono: “Giù, giù” e noi ci siamo accovacciati in terra. Vidi tali poliziotti colpire diverse persone anche con calci, sempre urlando “Giù” e “Bastardi”. Mi sono posto vicino alla mia amica per proteggerla con il mio corpo ed un poliziotto, che portava i parastinchi, mi colpì con il manganello con molta forza sulla testa.
Vidi che un poliziotto spinse la porta dello stanzino con calci e picchiò in modo molto brutale i due che vi si erano rifugiati. In quel momento dalla direzione della scala arrivò un urlo “Basta” forse ripetuto due o tre volte e alla fine il pestaggio terminò.
I poliziotti indossavano un’uniforme blu scuro, avevano parastinchi, caschi con dietro una protezione sul collo. Uno dei due aveva certamente un’uniforme completa, l’altro non ne sono sicurissimo; il manganello con cui venni picchiato mi sembra fosse flessibile.
Riconosco i parastinchi nella foto Rep. 120 Raid 4 PZ, che mi viene mostrata.
Ci fecero inginocchiare su un lato del corridoio; ricevetti un altro colpo. Continuavano a sentirsi rumori e grida. Ci condussero quindi al piano inferiore; sul pianerottolo vi era un altro poliziotto che colpiva ancora quelli che passavano; io venni colpito sui reni; ero preoccupato per la mia amica e così le diedi un asciugamano che avevo con me per proteggersi, ma passò senza venire colpita. Il poliziotto era in borghese con un vestito mi pare beige, aveva gli occhiali; non ricordo se era in giacca e se indossava un casco.
Ci fecero accovacciare nella palestra un po’ sulla sinistra rispetto all’ingresso; dovevamo tenere la testa verso il basso; vicino a me vi era un giovane disteso che non si muoveva più; due poliziotti, uno con un vestito elegante, mi pare con la cravatta, ed il casco, correvano avanti e indietro continuando a gridarci di tenere la testa verso il basso e di non parlare. Nella palestra non vi erano più molti poliziotti; quelli in uniforme erano quasi tutti andati via; ve ne erano alcuni in abiti civili, ma nessuno si occupava dei feriti. I poliziotti rimasti svuotavano gli zaini. Ci presero i passaporti ed uno per volta venimmo portati fuori. Nessuno ci disse che eravamo in arresto, lo seppi soltanto dal giudice che ci interrogò a Pavia.
Nel filmato 137 p. 1 min. 01,00 (estratto) riconosco la mia amica Treiber con l’asciugamano, poi vi sono io, e gli altri mi pare fossero i due di Monaco.
Riconosco nella foto B 15 il casco a sinistra, opaco con la protezione posteriore.
Ho riportato una tumefazione sulla nuca che è ancora presente. Non ho più dormito bene e per due tre anni ho continuato ad avere paura delle persone in uniforme.
Quando arrivarono i poliziotti al primo piano e durante il pestaggio la luce era spenta anche se proveniva luce dalle scale e dall’aula di fronte; l’illuminazione non era molta, ma comunque si riusciva a vedere.
Il poliziotto che urlava “giù” aveva i parastinchi e l’ho visto bene perché era davanti a me e mi picchiava; l’altro non so se avesse i parastinchi; avevano il viso coperto con un fazzoletto. I poliziotti erano due.
Soltanto ieri il mio avvocato mi ha mostrato le fotografie dei caschi, ma io ricordo molto bene il casco del poliziotto con i parastinchi. A Monaco non mi pare che mi sia stato chiesto di riconoscere i caschi.

Treiber Teresa (udienza 8/3/2006; parte civile, assunta ex art. 197 bis c.p.p.)
(verbaletrascrizione)
Era sera ed io volevo andare a prendere nella mia auto gli attrezzi per lavarmi; mentre ero sulla strada di fronte alla scuola ho sentito urlare “Polizia”; vi è stato un grande trambusto ed io sono rientrata nella scuola per cercare i  miei amici, Nathrath, Miriam e Tobias. All’interno vi era molto panico; si sentiva urlare: “Arriva la Polizia”; quelli che dormivano si alzarono velocemente e molti corsero verso i piani alti. Non ho fatto particolare attenzione a quanto accadeva, perché ero impegnata a ritrovare i miei amici. Anche noi siamo saliti al secondo piano e siamo usciti sulle impalcature per cercare una via di fuga. Eravamo molto spaventati, anche perché avevamo visto che la polizia era stata piuttosto brutale nello sciogliere la manifestazione cui avevamo partecipato.
Dal basso arrivavano forti rumori, colpi e grida; siamo rientrati, siamo scesi al primo piano e ci siamo posti insieme agli altri alzando le mani sopra la testa. Ad un tratto venne spenta la luce che prima era accesa; comunque non era completamente buio perché la luce penetrava dall’esterno e dagli altri locali. Non sono in grado di dire chi abbia spento la luce. Vidi arrivare i poliziotti dalla scala, che ci urlarono di accovacciarci in terra; iniziarono quindi a picchiare i presenti; anche Nathrath venne colpito. Ci fecero spostare sull’altro lato del corridoio ed un poliziotto urlava “giù” e continuava a colpire tutti. Un altro poliziotto traduceva in inglese “down”. Vicino a noi vi era un piccolo stanzino vicino al gabinetto. Un poliziotto ne sfondò la porta e picchiò i due che vi si trovavano. Poi qualcuno urlò “basta”, diverse volte; non ho visto chi sia stato ad urlare, forse qualche vittima dei colpi; il poliziotto che ci colpiva aveva i parastinchi; venni colpita sulla mano anche se sul momento non sentii particolare dolore. Ci portarono poi al piano inferiore. Sul pianerottolo a metà delle scale vi era un poliziotto, che portava gli occhiali, ed aveva un vestito mi pare beige, colpiva tutti quelli che passavano. Io non venni colpita.
Nella palestra vi erano diversi feriti e molto sangue ovunque. Arrivò poi il personale sanitario che rimase sopraffatto da quanto era accaduto. I poliziotti non si erano in alcun modo preoccupati dei feriti.
Un poliziotto ci fece inginocchiare a terra e ci disse di guardare verso il basso e di non parlare.
Un altro, un funzionario, con la barba, con casco e manganello, in vestito elegante scuro, giacca e cravatta, andava su e giù, dando ordini, ci prese i passaporti ed ho avuto la sensazione che dirigesse tutto. Nel frattempo vennero svuotati gli zaini e tutto il loro contenuto venne ammucchiato in terra. I vestiti e gli indumenti neri vennero posti in un mucchio a parte.  Vi erano poliziotti in uniforme, altri in borghese altri con sopra agli abiti una pettorina con la scritta “Polizia”.
Ho dovuto sottopormi a due cicli di trattamenti psichici per complessive cinquanta ore.
Mi pare di aver a suo tempo riconosciuto nei filmati Rep. 174 P. 1 min. 03,08 (estratto)  e Rep. 199 p 1 min. 08,57 (estratto) la persona con gli occhiali e la giacca beige come il poliziotto sul pianerottolo;  non ho riconosciuto la persona che ci dava gli ordini.
Riconosconel filmato Rep. 177 P. 5, min. 7,49 (estratto) l’agente con il vestito, che era quello che dava ordini.

Coelle Benjamin (udienza 9/3/2006; parte civile, assunto ex art. 197 bis c.p.p.)
(verbaletrascrizione)
Il sabato lavoravo per Indymedia in un banco posto all’esterno della Diaz. Pernottavo alla Sciorba e mi recavo alla Diaz per lavorare.
Non ho visto né ho sentito parlare del passaggio di una pattuglia della Polizia nella serata del 21.
Eravamo seduti al tavolo delle informazioni e l’atmosfera era molto tranquilla; davamo informazioni e chiacchieravamo tra di noi. Ad un tratto mi sono alzato ed ho visto un gran numero di poliziotti che scendevano dalla strada con atteggiamento aggressivo.
Ho iniziato ad avvertire tutti a voce alta che stava arrivando la Polizia. Ho visto che circa cinque o al massimo dieci persone chiusero i battenti del cancello. I poliziotti picchiavano con i manganelli contro il cancello e la gente correva verso l’interno e così anch’io. Le porte della scuola vennero a loro volta chiuse. Tutti avevano molta paura. Qualcuno tentava di scappare. Da una finestra vidi un bus della Polizia che sfondava il cancello ed i poliziotti che cercavano di irrompere nella scuola; il portone era stato barricato, non ricordo bene con che cosa da un gruppo di circa tre o quattro persone.
Sono fuggito al primo piano, insieme a diversi altri; ho sentito che la polizia entrava nella scuola; sentii i poliziotti urlare e invocazioni di non violenza da parte dei ragazzi; ricordo che qualcuno provò ad uscire dalla finestra, ma non mi sono soffermato molto su tale fatto perché cercavo di pormi in salvo.
Indico sulla piantina che mi viene mostrata la mia posizione.
Dopo circa una quindicina di secondi vidi giungere dalle scale il primo poliziotto; ho alzato le braccia dicendo: “non violenza”, ma subito sono stato colpito sulla testa; ero praticamente vicino alla scala, tra questa ed il corridoio; mi sono accasciato in terra cercando di proteggermi; vidi tre poliziotti che correvano avanti e indietro e colpivano tutti quelli che si trovavano nel corridoio; indossavano un’uniforme blu scuro imbottita; adoperavano un manganello che aveva un manico ad angolo.
Tra i manganelli visibili nelle foto 856 e 859, che mi vengono mostrate, riconosco quello raffigurato nella prima.
Non c’erano cinture bianche, ma la divisa era quella raffigurata nelle foto B2 e B3.
Sono stato colpito ripetutamente almeno con trenta colpi. L’azione cessò praticamente quando nessuno si muoveva più. Poi gli stessi poliziotti che mi avevano picchiato ci fecero scendere al piano inferiore; nella palestra c’erano già diverse persone ferite stese in terra ed altre in ginocchio.
In quel momento arrivarono altri poliziotti in giacca e cravatta che sembravano di grado superiore che dissero agli altri di perquisire tutti. Vi erano anche poliziotti con il casco, in jeans e camicia o giubbotto, ma non vi erano altri poliziotti con l’uniforme che ho descritto prima, oltre a quelli che ci avevano portato giù.
Un poliziotto mi mise una pistola a gas (lancia lacrimogeni) contro la fronte dicendomi “murder”;  uno aveva un completo blu scuro con cravatta, non era molto alto ed era un po’ tarchiato; uno era quasi calvo, un altro aveva i jeans ed il casco blu, forse aveva la barba.
Tutto venne perquisito senza peraltro alcun sistema e senza collegare in alcun modo gli oggetti rinvenuti ai loro proprietari; i poliziotti che ci hanno picchiato sembravano nutrire un grande rispetto per coloro che davano ordini.
Vennero chiamate quindi le ambulanze e mi portarono all’ospedale. Nessuno mi disse quale fosse il mio stato.
Ho ricevuto colpi sulla mandibola, sulle guance, sui lombi, sul lato del corpo; avevo una frattura della mascella e dello zigomo; sono rimasto due settimane in un ospedale di Genova, quattro settimane in un ospedale in Germania e per altre tre settimane ho dovuto portare un apparecchio sui denti che non mi consentiva di parlare. La mia vista è molto peggiorata a causa del colpo sullo zigomo. Ho avuto per molto tempo incubi ed anche oggi è per me molto difficile parlare di queste cose.
La pistola che mi venne puntata contro potrebbe essere quella raffigurata nella foto 95 AED; l’uniforme che ho descritto mi pare fosse quella visibile nella foto65A G114.
Non conosco Ronny Brusetti. Sono arrivato a Genova con un’organizzazione di Amsterdam presso cui avevo svolto il mio servizio civile; non avevo alcun contatto con gli organizzatori del Social Forum che ho conosciuto soltanto a Genova, quando ho iniziato il mio lavoro. Avevo un pass per il sabato perché ho lavorato solo quel giorno. Un signore di Indymedia mi accompagnò a prendere il pass.
Durante la giornata alla Pascoli, ove c’era un centro medico, arrivavano continuamente persone ferite, che avevano partecipato alle manifestazioni. Io ero comunque tranquillo perché la scuola era stata ufficialmente messa a nostra disposizione.
I feriti erano portati alla Pascoli ed anche alla Diaz, seppure in numero molto minore; i feriti arrivavano principalmente al Centro medico o da soli o accompagnati da amici; gli ultimi arrivarono circa un’ora prima dell’irruzione della Polizia.
Non conosco il gruppo black block, secondo me si tratta soltanto di una costruzione della Polizia per criminalizzare i manifestanti.

Ottovay Kathryn (udienza 15/3/2006; parte civile, assunta ex art. 197 bis c.p.p.)
(verbaletrascrizione)
Mi sono recata alla scuola Diaz Pertini il sabato verso le ore 18 insieme a Simon Schmiederer. Mi pareva un luogo adatto ove dormire anche perché vi erano i bagni e ci si poteva lavare. La situazione era tranquilla. Non ho notato il passaggio di macchine della polizia davanti alla scuola.
Mentre mi trovavo presso i computer sentii gridare: “Arriva la Polizia”. Si determinò una certa confusione. Presi il mio zaino, anche perché pensavo che vi sarebbe stata una perquisizione. Poi corsi al primo piano insieme a Simon. Quando passai davanti al portone, vidi che era stato chiuso e che vi era stata posta una panca davanti. Sentii alcune urla dal piano inferiore e colpi sul portone. Al primo piano vi erano altre persone a cui ci avvicinammo. Decidemmo quindi tutti insieme di alzare le mani. Arrivarono i poliziotti e le prime persone che incontrarono furono colpite e buttate a terra. I poliziotti dissero di metterci giù e tutti ci stendemmo a terra. Mentre ero stesa venni colpita ripetutamente sul collo e sulle mani alzate; tutti furono colpiti, in particolare sulla testa; vicino a me vi era Simon che sanguinava dalla testa per i colpi ricevuti ed i poliziotti continuavano a colpirlo sia sulla testa sia sulle braccia. Ho visto colpire anche la donna che era davanti a me, Melanie Jonasch. Venne colpita sulla testa e sul corpo e ad un tratto penso che non fosse più cosciente, cercava invano di rialzarsi; i poliziotti continuavano a colpirla e la sua testa batteva contro lo spigolo di un armadio; aveva dei tremori e gli occhi erano aperti e rivolti. I poliziotti colpivano con i manganelli ed anche con i piedi; urlavano “pezzi di merda e bastardi”; uno ha anche cantato.
L’azione durò circa cinque dieci minuti; poi sentii gridare “basta” e vidi che era stato un poliziotto, che si era tolto il casco ed era in evidente posizione di comando; i poliziotti si allontanarono lentamente dal corridoio. Si guardò intorno nel corridoio e vide che Melanie sembrava morta; la toccò con la punta degli stivali; chiese agli altri in inglese se avesse preso troppa droga, almeno così io credo; arrivò una signora di nome Jeannette, che aveva qualche materiale di soccorso, bendaggi, e a cui fu consentito di aiutare i feriti seppure con quanto aveva e quindi assai limitatamente. Avevo il braccio sinistro che mi faceva male ed era storto; non riuscivo a parlare per il colpo che avevo ricevuto alla gola. Arrivarono infine i sanitari che portarono via Melanie e gli altri feriti. Alla mia sinistra vi era un giovane con gli occhiali, di cui non so il nome, che era tutto insanguinato e non riusciva a parlare; ricordo che Daniel Albrecht fece capire a gesti ad un sanitario che non sentiva più nulla  e non poteva parlare. Tutti vennero portati via dai sanitari tranne me, Zeuner Katharina e Patzke.
A noi fu detto di scendere al piano terreno, ove c’era un gran numero di persone ferite che si lamentavano; il personale sanitario li soccorreva e li portava fuori. Vi era una persona con la scritta “Dottore” sul giubbotto, cui chiesi se il mio braccio fosse fratturato ed egli mi rispose in inglese “più tardi”.  Un poliziotto con una pettorina ed i jeans ci controllava; aveva i capelli raccolti a coda di cavallo. Gli zaini venivano svuotati e mi sembra che tutti gli indumenti neri venivano raccolti in un mucchio. Vi erano anche poliziotti in abiti civili con vestiti completi. Avevo lasciato il mio zaino al primo piano. Avevo con me il passaporto che mi venne preso da un poliziotto in abito civile e che non mi venne più restituito. Lo zaino mi fu invece restituito diversi giorni dopo da persone che avevano cercato di raccogliere le cose rimaste nella scuola. Non venni perquisita.
Nonostante avessi il braccio rotto mi fecero tenere le braccia dietro alla testa e mi portarono in un furgone della Polizia. A Bolzaneto il medico mi fece soltanto un bendaggio mentre a Voghera, due giorni dopo, mi venne fatta una radiografia, dalla quale risultò che il braccio era fratturato e così mi venne ingessato. Non sono mai stata avvisata che ero in arresto, né che avremmo potuto farci assistere da un legale.
I poliziotti indossavano un’uniforme blu scuro; portavano fazzoletti rosso scuro davanti al viso ed avevano caschi azzurri.
I poliziotti correvano avanti e indietro nel corridoio, ma senza fretta e con tranquillità; colpivano anche gli armadi e le porte.
Fino ad ottobre ho portato il gesso e ancora a dicembre non riuscivo ad usare il braccio. Sono studentessa e da luglio a settembre, periodo in cui non vi sono lezioni all’università, avrei dovuto lavorare per finanziarmi gli studi, ma non l’ho potuto fare.
Mi riconosco nel filmato 192 09 p. 7 min. 00,53 (estratto), avevo una t-shirt con bretelle a spaghetto; quello che è uscito dietro a me con le mani sul dorso è Jan Patzke:  .
Riconosco Simon Schmiederer con la t-shirt bianca nel filmato 172 p. 3 min. 9,22 (estratto)
Simon venne colpito diverse volte sulla testa e temeva per le sue mani.
Sono stata fermata nel 1997 o 1998 nel corso di una manifestazione in Germania, come tutti i partecipanti, ma non sono mai stata portata innanzi ad un Tribunale.

Patzke Julia (udienza 15/3/2006; parte civile, assunta ex art. 197 bis c.p.p.)
(verbaletrascrizione)
Avevo già dormito il venerdì notte presso la scuola Diaz. Ero sistemata al primo piano nel corridoio. Ero con mio fratello Jan. Non ho visto né ho saputo nulla circa il passaggio di una pattuglia della Polizia. La situazione era calma; la gente era un po’ triste per la morte di Giuliani. Mentre ero in bagno, ho sentito gridare ed affacciatami al balcone ho visto che vi era la polizia nella strada; vidi un mezzo della Polizia che sfondava il cancello del cortile e qualche poliziotto scavalcare la recinzione. Sono subito rientrata prima che la polizia irrompesse nel cortile. Non ho visto gettare oggetti contro la polizia. Avevo paura e corsi su e giù senza una meta precisa. Trovai Ulrich Reichel e con lui rimasi ferma in un angolo del corridoio del primo piano. Con le persone che si trovavano nel corridoio abbiamo pensato che fosse meglio tenere la mani sopra la testa. Arrivarono i poliziotti di corsa su per le scale; picchiarono subito le prime persone che incontrarono che cadevano in terra; noi tenendo le mani sulla testa ci accucciammo in terra. Riparai la mia testa nel grembo di Ulrich tenendo il dorso verso la polizia; i poliziotti ci colpirono con i manganelli sulla testa, sul dorso, sulle gambe e sulle mani; venni ripetutamente colpita sulle mani che tenevo sulla testa di Ulrich per proteggerlo, tanto che dovetti toglierle ed i poliziotti continuarono a colpirlo sulla testa. I poliziotti gridavano e la gente urlava per il dolore. Ad un certo momento i poliziotti smisero e ci dissero di metterci in piedi con le mani dietro alla testa, nonostante qualcuno non potesse neppure rialzarsi; ci siamo quindi sorretti a vicenda.  
Il primo poliziotto che arrivò dalle scale aveva un’uniforme scura, un fazzoletto davanti al viso ed il casco. Gli altri poliziotti che arrivarono erano vestiti nello stesso modo, ma non tutti portavano il fazzoletto davanti al viso.
Una persona giaceva a terra in una pozza di sangue; pensai che fosse morta; avevo una gran paura; aiutai Ulrich ad alzarsi; avevo vertigini e mi faceva molto male la testa; siamo scesi e sul pianerottolo a metà della scala vi era un poliziotto che colpiva tutti quelli che passavano con il manganello; vidi i computer distrutti e giunta nella palestra vidi che vi erano molti feriti che sanguinavano; vi era tanto sangue. Ci fecero sedere, mentre la polizia picchiava ancora qualcuno.
I poliziotti nella palestra all’inizio erano vestiti come quelli che avevo visto al primo piano; poi arrivarono poliziotti in abiti civili. Ci appoggiammo al muro. Ulrich sanguinava molto e sul muro dietro a lui si formò una gran macchia di sangue; il suo braccio destro era tumefatto; vi era una donna stesa in terra che si lamentava e stava molto male. Non ho mai visto tanti feriti. Un poliziotto mise un’arma contro la testa di un giovane che era in terra con le mani alzate; il poliziotto urlava qualcosa contro di lui e mi sembra che dicesse: “vuoi morire, tu porco”. In quel momento non  erano ancora arrivati, per quanto ricordo, i poliziotti in abiti civili.
I poliziotti frugavano gli zaini; il mio era rimasto al primo piano ed avevo con me soltanto una piccola borsa. Ci dissero di consegnare le nostre borse, ma io non lo feci perché avevo paura di restare senza documenti.
Arrivarono infine le ambulanze ed alcuni sanitari, che presero le barelle e iniziarono a portare via i feriti più gravi. Nell’uscire chiesi ad un poliziotto in abiti civili se potevo tenere la mia borsa ed egli rispose di si. Nessuno mi informò che ero in arresto.
Sono stata visitata all’Ospedale e quindi a Bolzaneto, se così si può dire. Ho avuto dolore alla testa per circa due giorni e alla mano per almeno due o tre settimane. In Germania mi sono fatta vedere ancora la mano. Ho anche riportato ematomi ad una gamba.
Il venerdì non ho visto portare feriti dalla scuola Pascoli alla Diaz. Non ero spesso insieme a mio fratello. Svolgo attività di meccanico di macchine.
Non sono stata mai condannata, sono stata fermata in due occasioni nel corso di due manifestazioni,  ma una volta sono stata assolta ed una volta il procedimento venne archiviato.
Attualmente studio.
Il sabato mattina ero alla manifestazione sulla spiaggia; l’ho lasciata quando la polizia è intervenuta e mi sono recata alla scuola.

Wagenschein Kirsten  (udienza 15/3/2006; assunta ex art. 197 bis c.p.p.)
(verbaletrascrizione)
Ero a Genova quale giornalista accreditata per un giornale tedesco, e la sera del 21 mi ero recata nella scuola Diaz, ove volevo intervistare coloro che avevano partecipato alla manifestazione. Sono arrivata verso le 21,30 – 22 ed ho visto transitare una pattuglia della polizia nella strada tra le due scuole. Vidi gettare una bottiglia contro questa pattuglia e sentii qualcuno gridare “assassini”; la pattuglia proseguì l’andatura e si allontanò; si trattava, per quanto ricordo, di una sola vettura normale. La bottiglia mi pare che colpì la macchina, ma non ne sono sicura. Io ero sul marciapiede prospiciente la scuola Pascoli rivolta verso la scuola Diaz. Sulla strada vi saranno state circa cento, centocinquanta persone. Non notai particolari conseguenze dopo il passaggio della pattuglia. Non rimasi però molto sulla strada, ma dopo un po’, circa una mezzora prima dell’intervento della Polizia,  entrai nella scuola. Non vi ero stata prima.
Sono entrata nella palestra ove si trovavano circa cinquanta persone, distribuite in tutto il locale. Non era un gruppo compatto; la gente era in piccoli gruppi; qualcuno era davanti ai computer, alcuni chiacchieravano, alcuni sembravano dormire. Prima di poter iniziare ad intervistare qualcuno sentii gridare: “Polizia, polizia”. Molti cercarono confusamente di salire ai piani superiori; io li seguii anche perché avevo paura dopo aver assistito alle violenze della polizia sulle strade. Qualcuno cercava di uscire sulle impalcature ed anch’io uscii sulle impalcature; ma poi mi parve troppo pericoloso e così rientrai e mi nascosi in uno sgabuzzino ove erano conservati gli attrezzi per le pulizie; sentii dal basso forti colpi e rumori di vetri infranti. Un poliziotto cercò di aprire la porta dello sgabuzzino utilizzando il manganello come una leva; io ero nascosta tra gli attrezzi ed i cartoni e quindi non venni vista. I rumori e le grida si spostarono più in alto. Sentii diversi lamenti; una voce femminile che chiedeva acqua e una voce d’uomo dire “non muoverti, non muoverti perché potrebbe essere pericoloso”. Dopo circa dieci, venti minuti la situazione si calmò e davanti al mio ripostiglio due poliziotti cercarono nuovamente di aprire la porta; uscii mettendo le mani avanti per far vedere che non ero armata con il mio certificato di accreditamento appeso al collo. I poliziotti, che indossavano uniformi blu scure e caschi, mi condussero al piano terreno.
Non so indicare con precisione dove si trovasse il ripostiglio in cui mi ero nascosta, mi pare di essere salita dalle scale vicino alla zona dei computer e, di essere salita ancora dopo essere rientrata dalle impalcature.
Nella palestra vi erano ancora circa cinquanta persone oltre ai poliziotti; vidi alcuni feriti, sangue in terra; persone che si tenevano le braccia e si lamentavano. Nella palestra vi erano anche alcuni poliziotti in abiti civili. Vi erano anche i sanitari che stavano soccorrendo alcuni feriti. Cercai di spiegare la mia situazione in particolare ai poliziotti in abiti civili, mostrando il mio certificato di accreditamento quale giornalista, ma non ottenni alcuna reazione. Più tardi la polizia prese il mio certificato, il mio passaporto ed anche il mio zaino. Fui una delle ultime persone ad uscire dalla scuola. Nessuno mi disse che ero in arresto; l’ho saputo mi pare soltanto a Voghera.
Nelle foto 570 e 577 riconosco rispettivamente il mio certificato di accreditamento (quello a sinistra) e il distintivo che portavo appeso al collo.
Mi riconosco nel filmato Rep. 177 p. 5  19 min. 11,05 (estratto min. 00,10), all’uscita dal cancello e sul furgone
Ho avuto problemi nel 1989 con la giustizia in Svizzera perché volevo intervistare alcuni attivisti nel corso di una manifestazione e sono stata arrestata nel 1989; il processo non ebbe seguito.

Reschke Zeuge Manfred Kai  (udienza 16/3/2006; parte civile, assunto ex art. 197 bis c.p.p.)
(verbaletrascrizione)
Ero presso la scuola Diaz perché intendevo pernottarvi insieme ai miei amici Jeannette Dreyer e Jochen Hermann.
Siamo arrivati nel pomeriggio. Siamo andati a mangiare una pizza; abbiamo aspettato molto tempo, circa un’ora; è arrivata anche la Polizia, che ci ha controllato insieme a tutti coloro che si trovavano in attesa davanti alla pizzeria. Hanno perquisito gli zaini a quelli che li avevano e chiesto i documenti. I nostri bagagli erano rimasti alla scuola.
Siamo quindi tornati alla Diaz, mi pare quando ancora non era completamente buio, ma non ricordo bene. Non ho sentito nulla né ho assistito al passaggio di una pattuglia davanti alla scuola.
Eravamo nel cortile, quando ad un tratto qualcuno ha gridato: “C’è la Polizia”; siamo subito rientrati nella scuola. Si era creata una situazione di panico; tutti sono rientrati nell’edificio. Siamo saliti al primo piano. Ho guardato fuori dalla finestra ed ho visto che un mezzo della polizia sfondava il cancello. Abbiamo quindi deciso di metterci con le mani alzate contro il muro; ero nel corridoio vicino ad un calorifero; non so dire quante persone vi fossero nel corridoio.
Ero pressoché nel punto in cui si vede il n. 1 nella foton. 52.
Ho iniziato a sentire grida di dolore dal piano inferiore; sono arrivati i primi poliziotti che hanno subito colpito tutti i presenti; io sono stato colpito sulla schiena e mi sono accasciato a terra; ho visto che Jeannette ha ricevuto un colpo con un manganello; sono stato colpito altre volte sia con manganelli sia con calci. Ad un tratto qualcuno ha gridato più volte: “Basta, basta” e i poliziotti smisero quindi di picchiare. Fu necessario ripetere più volte l’ordine per far cessare le violenze. Non so dire se si sia tolto il casco né se vi fossero nel corridoio poliziotti senza caschi.
Jeannette chiese quindi ed ottenne il permesso di soccorrere i feriti. 
I poliziotti indossavano una divisa blu scuro e portavano caschi più chiari; non sono in grado di ricordare il tipo dei manganelli in loro dotazione.
Ci hanno fatto scendere al piano inferiore e sulle scale vi era un altro poliziotto che mi ha nuovamente colpito; mi pare fosse in borghese, ma non ne sono sicuro. Ci hanno fatto sedere nella palestra vicino al muro. I poliziotti hanno svuotato tutti i bagagli, buttandone il contenuto in un solo mucchio. Io avevo solo un sacco a pelo; non so se i miei amici avessero gli zaini. Vi erano anche poliziotti in borghese; uno indossava un abito completo.
Sono poi arrivati i sanitari ed hanno iniziato a portare fuori i feriti più gravi. Io venni portato all’ospedale accompagnato dai poliziotti. Nessuno mi ha detto che ero in arresto, l’ho capito da solo.
Mi riconosco nelle foto che mi vengono mostrate (Rep. 212 Scontri 10 e 11), sono quello con la t-shirt bianca vicino al sanitario.
I poliziotti che mi picchiarono avevano fazzoletti rossi davanti al viso.
Venni perquisito sulla persona soltanto a Bolzaneto. Ho riportato lesioni e lividi sulla schiena, ma oggi non ho più problemi.
Nel pomeriggio ho partecipato alla manifestazione finché non venne sciolta con il lancio di lacrimogeni. Quando sono arrivato alla Diaz tornando dalla pizzeria, la situazione era tranquilla; sulla strada vi erano auto posteggiate, mi pare vi fossero anche alcune persone, ma non lo ricordo.

Perrone Vito (udienza 16/3/2006; parte civile, assunto ex art. 197 bis c.p.p.)
(verbaletrascrizione)
Sono arrivato a Genova insieme ai miei amici Figurelli e Angela Petrone Dopo la manifestazione verso le 21 - 21,30 ci siamo recati alla scuola Diaz, ove avevo appuntamento con altre persone da me conosciute a Genova.
Ho assistito al passaggio di due mezzi della polizia bianchi e blu, uno era furgonato; ero sul marciapiede prospiciente la Diaz; la gente che si trovava sui marciapiedi ha iniziato a urlare; mi pare che i mezzi proseguirono lentamente; non vidi lanci di oggetti. Non vi erano persone sulla sede stradale; la strada era sgombra, non so se si siano spostate per l’arrivo dei mezzi della polizia perché la mia attenzione venne richiamata proprio dal transito dei veicoli della polizia.
Siamo andati a mangiare e quindi siamo rientrati; nel cortile vi erano poche persone, due o tre; all’interno vi erano diverse persone che dormivano; sulla sinistra vi era una postazione di computer ove si trovavano una decina di persone. Siamo saliti al primo piano, ove ci siamo sdraiati nel corridoio, pressoché di fronte alla prima aula, uscendo dalle scale.
Ad un tratto abbiamo avvertito un frastuono dal basso; ci siamo affacciati al balcone ed abbiamo visto arrivare la Polizia. Due ragazzi chiusero il cancello; vidi che i poliziotti cercarono di scavalcare il cancello o comunque  di scuoterlo; poi arrivò un blindato  che lo sfondò; i poliziotti iniziarono ad entrare. Siamo rientrati ed abbiamo avvertito quelli che si trovavano nelle aule; si sentivano rumori forti dal basso ed urla. Dissi alla mia ragazza, Angela Petrone, di dire in tedesco agli altri di alzare le mani e di porsi vicino alla parete. Tra tutti saremo stati una trentina, eravamo tanti ma non ricordo con precisione il numero. Abbiamo tutti alzato le mani e ci siamo messi nell’angolo vicino alla parete. Sono arrivati i primi poliziotti. Uno venne verso di noi e colpì con il manganello un ragazzo biondo con i capelli lunghi; poi colpì la mia ragazza che cadde a terra e quando io mi chinai per aiutarla, mi spinse contro un armadietto e mi colpì ripetutamente con il manganello; mi legò poi le mani dietro la schiena con un nastro adesivo. Avevo il viso contro l’armadietto e non potei vedere quindi con precisione quanto stava accadendo. I poliziotti erano in uniforme blu e caschi. Mi portarono al piano inferiore e sulle scale altri poliziotti mi colpirono. Nella palestra mi fecero mettere steso, con la faccia rivolta a terra, ero in uno stato di confusione; mi faceva molto male la testa. Sono stato portato fuori tra gli ultimi nonostante la mia ragazza, che nel frattempo era stata a sua  volta portata nella palestra, chiedesse continuamente di soccorrermi.
Mi riconosco nella foto Rep.88 E: sono nella barella.
Nessuno mi disse che ero in stato di arresto, lo capii da solo quando ero all’ospedale sotto il controllo di alcuni poliziotti. Venni quindi portato a Bolzaneto e poi in carcere a Pavia, da dove uscii mi pare la sera dopo.
La ragazza bionda con i capelli lunghi visibile nel filmato  Rep 177 p. 5 p 19 dal min. 10,58 (estratto) è Angela Petrone.
La divisa dei poliziotti era certamente simile a quella riprodotta nella foto B2 che mi pare di aver già riconosciuto.
Ho riportato lesioni alla testa alla schiena e alle braccia. Nella scuola non ho visto bastoni, mazze o altro oggetti di questo tipo; le persone che ho visto sveglie erano vicino ai computer e non avevano nulla di simile.
Se ho dichiarato a suo tempo che i manganelli erano cilindrici neri e lunghi, saranno in effetti stati così; oggi non ricordo più niente di preciso in proposito.

Schleiting Mirko (udienza 22/3/2006; parte civile, assunto ex art. 197 bis c.p.p.)
(verbaletrascrizione)
Mi trovavo alla scuola Diaz perché era un luogo ufficiale dove pernottare; vi ero arrivato il giovedì; nella scuola conoscevo Kerkmann Dirk e Hinrichs Meyer. Mi ero sistemato al primo piano nel corridoio, ricordo che vi erano alcuni armadi con oggetti da scienze naturali.
Il sabato sono tornato alla scuola verso le ore 18.
Non ho un ricordo preciso, ma mi pare che in effetti sia passata una pattuglia della polizia, non so dire l’ora; la sera sono andato in pizzeria ed ho visto diverse pattuglie della polizia.
La sera sono rimasto davanti alla scuola a chiacchierare, l’atmosfera era piuttosto rilassata, anche perché tutto sembrava ormai finito.
Ad un tratto sentii alcuni rumori e ci accorgemmo che stava arrivando la polizia; subito si creò molta paura e tutti rientrarono nell’edificio; sono tornato al primo piano, ove avevo i miei bagagli. Tutti i presenti raccolsero le loro cose; mi affacciai al balcone sopra il portone d’ingresso e vidi molti poliziotti davanti al cancello che lo scuotevano; sono rientrato nel corridoio ed insieme agli altri abbiamo deciso di alzare le mani. Dal piano terreno si sentivano forti urla di paura, di dolore e di comandi aggressivi. Arrivarono i primi poliziotti e iniziai a sentire urla di dolore dal nostro piano; io mi coricai in terra con le mani sopra la testa. Molti poliziotti correvano tra di noi e picchiavano i presenti ed anche me; ricevetti due calci, il primo riuscii ad evitarlo ma il secondo mi colpì sulla testa che iniziò a sanguinare; rimasi fermo fingendomi svenuto; dopo un po’ sentii gridare due volte “basta, basta” e quindi l’azione violenta cessò; guardai in alto e vidi un poliziotto, che penso fosse quello che aveva gridato e che sembrava in posizione di comando.
Indico sulla piantina che mi viene mostrata il balcone dal quale mi sono affacciato ed il punto in cui mi trovavo al momento dell’arrivo della Polizia
Per quanto posso ricordare venni colpito da diversi poliziotti; questi correvano avanti e indietro e picchiavano tutti i presenti.
Ricordo l’abbigliamento del poliziotto che mi ha sferrato il calcio (stivali da combattimento,  pantaloni blu imbottiti),  ma non quello degli altri.
Dopo il grido “basta, basta” mi pare che gli altri poliziotti in divisa si siano allontanati e che siano arrivati poliziotti in abiti civili, sempre però con caschi blu luccicanti e manganelli.
Non ricordo come venni portato fuori dalla scuola, so che arrivarono i sanitari e che mi soccorsero.
Non ho visto poliziotti che eseguivano perquisizioni. Ricordo che vi era una donna che aiutava i feriti e che mi mise una fascia; davanti a me vi era stesa in terra una donna, vestita di rosa, che sanguinava dalla bocca e sembrava assente.
La donna che mi ha aiutato potrebbe essere quella visibile nella foto segnaletica n. 26 (Jeannette Dreyer)
A Duisburg mi vennero mostrate alcune fotografie di divise; allora potevo riconoscere qualche particolare ma oggi non sono più in grado di precisare nulla in proposito.
La divisa del poliziotto che disse “basta” potrebbe essere quella visibile nelle foto A1 e B1; mi pare che il casco fosse quello di destra azzurro luccicante, riprodotto nella foto B14
Durante l’irruzione della polizia mi pare che l’illuminazione fosse un po’ oscurata, mentre penetrava molta luce dalla strada.

Bachmann Britta Agnes (udienza 5/4/2006; parte civile, assunta ex art. 197 bis c.p.p.)
(verbaletrascrizione)
Ero sistemata alla scuola Diaz dal venerdì. Il sabato vi sono arrivata verso le 18. Non ho assistito ad alcun passaggio di pattuglie della polizia nella serata del 21. Ero insieme ad una mia amica Kress Holger. Ad un tratto ho sentito urla e chiasso. Ero sistemata al primo piano, nel corridoio pressoché davanti al laboratorio di fisica; con le altre persone presenti abbiamo pensato di alzare le braccia; eravamo spaventati e preoccupati; subito dopo vidi salire la Polizia, saranno stati circa venti quaranta poliziotti. Io mi accovacciai a terra, pressoché nel punto che indico sulla piantina che mi viene mostrata; i poliziotti iniziarono a colpire tutti quelli che incontravano; anch’io venni colpita nonostante fossi accovacciata a terra. Ad un certo punto arrivò un poliziotto in abiti civili, che gridò in italiano di smetterla ed infatti  i poliziotti smisero di picchiare. Mi pare che indossasse un paio di jeans ed una giacca, aveva il casco, non aveva la barba. In quel momento nel corridoio vi era la luce accesa e si vedeva bene.
Fummo fatti scendere nella palestra, ove vi erano molte persone ferite. Ci fecero consegnare gli zaini che vennero svuotati in un mucchio tutti insieme, senza alcuna distinzione.
Dopo un po’ arrivò il personale sanitario che iniziò ad occuparsi dei feriti.
Non ho fatto molta attenzione ai poliziotti all’interno della palestra e non so dire se vi fosse qualcuno che impartiva ordini. Nessuno ci spiegò che cosa stava accadendo né ci informò dei nostri diritti; non ho più riavuto il mio zaino.
Ho riportato alcune conseguenze psicologiche; problemi nel ricordare questi avvenimenti e spesso vengo sopraffatta dall’emozione. Sono studentessa e saltuariamente svolgo qualche lavoro occasionale.    
Ho sentito dire che la scuola avrebbe potuto essere sgombrata, dato che durante il giorno vi erano state molte violenze. Vi era preoccupazione e paura che la polizia potesse intervenire. Non credo che la notizia provenisse da Indymedia, si trattava di preoccupazioni di coloro che si trovavano nel complesso scolastico.
Non sono stata direttamente coinvolta in disordini a Davos nel gennaio del 2001 anche se mi trovavo nelle vicinanze; non ho mai avuto procedimenti per danneggiamento di cose pubbliche; non sono mai stata respinta alla frontiera italiana prima dei fatti in questione. Sono stata espulsa dalla Svizzera.

Zapatero Garcia Guillermina (udienza 5/4/2006; parte civile, assunta ex art. 197 bis c.p.p.)
(verbaletrascrizione)
Vivo a Berlino. Ho studiato l’arabo e ora lavoro come traduttrice.
Sono arrivata verso le 23 alla scuola Diaz per passarvi la notte insieme a tre miei amici,  Moritz Von Unger, Stefania Galante e Valeria Bruschi. Vi eravamo già passati davanti nella giornata. Siamo entrati al piano terra, ove vi erano già diverse persone che dormivano e ci siamo sistemati al centro della sala. Sono quindi andata in bagno in fondo al corridoio, entrando sulla sinistra; due dei miei amici si erano stesi ed uno era andato nella zona dei computer, che indico sulla piantina che mi viene mostrata.    
Ad un tratto sentii alcuni forti rumori; uscita dal bagno vidi diverse persone che correvano; trovai Moritz e quindi, mentre ero all’altezza dei computer, vidi i poliziotti che rompevano con grande violenza i vetri della finestra (visibile nella foto n. 1 che mi viene mostrata a sinistra dell’ingresso); mi spaventai moltissimo. Non ho visto chiudere il portone, soltanto molto tempo dopo, circa un anno e mezzo, qualcuno mi disse che era stato chiuso da un ragazzo di Berlino.
Insieme a Moritz salimmo al primo piano, ove trovammo un gruppo di persone con le mani alzate. Mi è sembrato l’atteggiamento più giusto e così ci ponemmo anche noi con le mani in alto. Sentimmo i poliziotti salire di corsa le scale; quando arrivarono ci ordinarono di accovacciarci a terra e di separarci. Mi sono accucciata vicino al calorifero e Moritz era accanto a me. Ci trovavamo pressoché nella posizione che indico sulla piantina che mi viene mostrata. Davanti a me vedevo i poliziotti che correvano, passando in mezzo ai due gruppi ai lati del corridoio; hanno quindi iniziato a picchiarci indistintamente; avevano il viso coperto e questo mi ha ancora più impaurito. Uno mi ha picchiato nella schiena, mi sono girata verso il calorifero e sono stata colpita sulle spalle; anche Moritz ricevette diversi colpi. Ricordo che una ragazza vicina a Moritz ebbe un attacco isterico ed iniziò a gridare in italiano: “Che cosa sta succedendo ?”.
Il poliziotto che mi ha colpito aveva il casco, un fazzoletto sul viso di colore bordeaux e portava un’uniforme imbottita, scura, blu sul nero, come tutti gli altri. Non ho fatto particolare attenzione al cinturone, ma penso che fosse dello steso colore dell’uniforme perché se fosse stata diversa l’avrei notata. Non sono in grado di precisare quanto durò l’azione; vedevo i poliziotti andare avanti e indietro e continuare a picchiare tutti i presenti.
Improvvisamente smisero di picchiare e di correre; dopo un po’ fui in grado di vedere lungo il corridoio; vi erano diverse persone ferite, ricordo una ragazza svizzera, che poi ho conosciuto a Bolzaneto con il nome di Fabien,  che aveva gli occhi fuori dalle orbite. I poliziotti insultavano tutti dicendo: “Bastardi di merda, vi ammezzeremo”.
Ci fecero scendere al piano terra; io camminavo dietro a Moritz; nelle scale lungo il muro vi erano altri poliziotti che colpivano quelli che passavano. Io venni colpita e così anche Moritz; continuavano ad insultarci e a Moritz hanno anche sputato addosso.
La situazione era caotica; vi erano borse sacchi a pelo sparsi; le persone erano raggruppate intorno al muro; si sentivano gemiti, pianti; vi erano persone stese a terra ferite, alcune immobili.
Vi era una ragazza che urlava “ambulanza, ambulanza”; un’altra che sembrava sonnambula, si alzava, faceva piccoli passi e tornava poi a sedersi. Eravamo nella palestra in fondo a sinistra.
Vi erano poliziotti che guardavano negli zaini; avevano un’uniforme diversa, non imbottita, alcuni portavano una pettorina; erano cioè vestiti in modi diversi. Ho capito che si trattava di una perquisizione, ma molto caotica; prendevano gli zaini li svuotavano senza preoccuparsi a chi appartenessero; dividevano ciò che pensavano fosse di loro interesse dal resto; tutto ciò che era di colore nero veniva posto in un mucchio e nell’altro tutto ciò che ritenevano fossero armi: coltellini svizzeri, pezzi di legno. Ho visto prendere uno zaino, romperlo sul retro sfilare i rinforzi metallici e porli nel mucchio delle cosiddette armi.
Un agente prese anche la macchina fotografica di Moritz. Non ho più avuto indietro nulla.  
Ho visto infine arrivare il personale sanitario  che iniziò a interessarsi dei feriti. Credo di essere stata una delle ultime persone ad essere portata via dalla scuola. Ci fecero alzare; io aveva paura ed alzai le mani, ma un poliziotto in modo sbrigativo me le fece abbassare. C’era molta gente all’esterno che insultava la polizia. Ci fecero salire sull’auto della polizia che era vicino all’ingresso.
Nel filmato Rep. 177 P 5 P 19 min 10,50 (estratto) si vedono passare prima Moritz (pantaloni corti) poi Stefania, Valeria, io e  quindi la ragazza italiana con la crisi isterica; mi si vede poi sul veicolo della polizia.        
Nella foto segnaletica n. 12 riconosco la ragazza svizzera.
Dopo i fatti avevo diversi ematomi, difficoltà di concentrazione, incubi e dovette passare molto tempo prima di poter riprendere la mia vita normale. Venni anche espulsa.
L’unica cosa che oggi ricordo sull’uniforme dei poliziotti al primo piano è che era come una macchia scura, intera e imbottita o rinforzata. Ricordo bene che il fazzoletto era bordeaux. Non mi ricordo il cinturone.

Von Unger Moritz (udienza 13/4/2006; parte civile, assunto ex art. 197 bis c.p.p.)
(verbaletrascrizione)
Il sabato venimmo a sapere dal GSF o dal Forum della stampa che si poteva dormire presso la Diaz Pertini; ero insieme a Guillermina Zapatero,  Valeria Bruschi e Stefania Galante.
Passammo davanti alla scuola per andare a prendere la macchina verso le 20 e vi tornammo verso le 23 - 23,30. Ci sistemammo sul lato sinistro vicino al muro della palestra al piano terra. Stefania e Valeria si erano già stese nei sacchi a pelo mentre io e Guillermina siamo andati ai bagni per lavarci i denti.
Tra la palestra ed i bagni vi era una zona con computer e così, mentre Guillermina era ancora nel bagno, mi sedetti al computer. Improvvisamente si sentirono delle urla e qualcuno che diceva “arriva la Polizia” ; vidi sul computer che erano le 23,47. Vi furono forti rumori come se si battesse contro legno o pietre; dalla sala arrivavano sempre più persone che correvano su e giù tra la sala e la zona dei computer. Mi recai da Guillermina nel bagno; la polizia era davanti al portone, ma non mi sembrava che fosse un grosso problema e cercai quindi di tranquillizzarla. La gente continuava a correre avanti e indietro ed abbiamo quindi iniziato ad avere anche noi una certa paura; siamo così saliti insieme a molti altri al piano superiore. I rumori, il vociare e le urla “polizia” aumentavano e anche la paura; restammo fermi in fondo al corridoio sulla sinistra, pressoché nel punto che indico sulla piantina che mi viene mostrata; qualcuno disse di alzare le mani e così facemmo; eravamo circa in otto verso il muro vicino al termosifone. Arrivarono i poliziotti; all’inizio vi era silenzio, i poliziotti ci dissero di metterci a terra ed iniziarono a picchiare tutti i presenti; colpivano senza fretta e davano anche calci; noi eravamo in ginocchio con le mani alzate; i poliziotti gridavano e picchiavano; io ho ricevuto diversi colpi sulla testa sulle spalle ed anche con calci sulla gamba e iniziai a temere per la mia vita. Vidi che anche gli altri del nostro gruppo vennero picchiati con molta forza; tutto durò circa una decina di minuti. Poi arrivò un poliziotto che disse agli altri “basta”; vi fu ancora qualche colpo e quindi tutto cessò.
La maggior parte dei poliziotti indossava uniformi blu scure, imbottite (giacca e pantaloni) caschi e un fazzoletto sul volto; quando ci fecero alzare vi erano anche poliziotti in borghese. Non ho fatto caso al cinturone che doveva quindi essere dello stesso colore dell’uniforme.
L’uniforme poteva essere quella visibile nella foto B2, che mi viene mostrata, sulla cintura non so dire, non mi pare che fosse bianca perché l’avrei notata.
Il poliziotto che disse “basta” mi pare indossasse una divisa dello stesso tipo; non ricordo se avesse il casco.
Ci fu detto di alzarci con le mani dietro la nuca e ci fecero scendere; dovevamo passare in un corridoio tra due file di poliziotti che continuavano a colpirci ed infatti ricevetti un forte colpo sulla testa mentre un altro poliziotto mi sputò in faccia.
Vidi anche poliziotti, almeno due, che erano in abiti civili con una pettorina ed il casco. Anche nella sala al piano terreno vi erano poliziotti in borghese.
Ci portarono nella sala dove mi spaventai moltissimo perché vi era un grande caos: feriti in terra, zaini sparsi e svuotati e sangue dovunque. Ci fecero sedere a terra; rividi Valeria e Stefania e fui contento di vedere che non erano ferite; vi era una donna che urlava di far arrivare un medico; un’altra stesa a terra che sanguinava. La polizia spingeva le persone verso la nostra parte a sinistra mentre svuotavano gli zaini sulla destra.
Vi saranno stati almeno quindici o venti poliziotti; quelli in uniforme erano impegnati a sorvegliarci; quelli in abbigliamento civile con giubbotto o anche senza correvano, telefonavano ecc.
La situazione non era chiara; si pensava che i poliziotti si sarebbero poi allontanati senza arrestarci.
Dissero a coloro che non avevano i documenti di andarli a prendere negli zaini che erano stati portati sul lato destro della sala. Io non avevo lo zaino ma solo un sacco a pelo; mi venne presa una macchina fotografica.
Arrivò infine il personale sanitario che iniziò a soccorrere i feriti; uno mi diede una borsa di ghiaccio da mettere sulla testa; i feriti vennero portati fuori e posti su ambulanze o mezzi della polizia; io venni portato su un veicolo della polizia, ove avrei dovuto stare con le braccia alzate, ma non vi riuscivo perché il braccio colpito mi faceva molto male.
Mi riconosco nel filmato Rep 177 p. 19  min. 10,58 (estratto 00,07), e nella foto Rep 65B SC007 .
Oltre ai danni fisici ho riportato anche conseguenze psicologiche. Attualmente sono giurista e lavoro come collaboratore scientifico alla cattedra di diritto pubblico tedesco ed europeo presso l’università di Hannover. All’epoca dei fatti lavoravo a Barcellona in uno studio legale e richiesi l’aiuto di uno psicologo per continuare a lavorare.
Nessuno ci disse che cosa stesse accadendo, né quali fossero i nostri diritti, né che fossimo in arresto.
Mi venne contestato di essere stato arrestato una volta in Germania per possesso di armi; tale segnalazione era falsa, successivamente infatti mi sono informato in Germania e mi hanno detto che si trattava di dati falsi.
Venni espulso. Avevo ancora la mia auto a Genova e non potevo quindi andarla a riprendere. Ho proposto ricorso al Tribunale e venne sospesa la proibizione di rientrare in Italia.
Non ho il ricordo della cintura dei poliziotti; ho notato i poliziotti da vicino al primo piano; per quanto riguarda il piano terra non sono più in grado di dire nulla sulle uniformi anche perché vi erano molti poliziotti in uniformi diverse ed anche in abiti civili.
Vedo nel filmato Rep. 177 P. 5 min. 10,58 (estratto) che vi erano anche poliziotti con cinture bianche, ma come ho già detto il fatto di non aver il ricordo delle cintura dei poliziotti al primo piano, mi induce a pensare che fossero scure come la divisa.
Ho visto colpire Guillermina sulla mia destra ed anche la persona che era alla mia sinistra.
I manganelli venivano usati per colpire con movimenti dall’alto verso il basso.
Ricordo di aver ricevuto tre colpi forti ed un calcio, ma potevano essere anche di più.
Quando arrivai a Bolzaneto ricevetti un colpo in faccia; dissi che venivo da Berlino ed un poliziotto mi disse che si occupava lui dei berlinesi e mi colpì. Venni anche preso a calci e tirato per i capelli.
Ero venuto a Genova per incontrare gli amici e dovevamo andare alle Cinque Terre.
In sede di interrogatorio internazionale mi avvalsi della facoltà di non rispondere alle domande circa il motivo della mia venuta a Genova.
Nel 1977 venni arrestato dalla Polizia che mi denunciò per resistenza, ma la Procura non portò avanti questo procedimento. Il fatto avvenne in una piccola dimostrazione vicino a Berlino, un poliziotto disse che portavo un fazzoletto davanti al viso, che è proibito in Germania.

Petrone Angela (udienza 14/6/06; parte civile, assunta ex art. 197 bis c.p.p.)
(verbaletrascrizione)
I miei ricordi di quanto accadde il 21 sono oggi piuttosto vaghi.
Arrivai alla scuola Diaz Pertini la sera del sabato, perché ci avevano detto che era stata destinata al pernottamento; ero insieme ai miei amici Figurelli e Perrone.
Quando arrivai, c’era moltissima gente; mi sono sistemata al primo piano nel corridoio; mi pare vi fossero anche altre persone, probabilmente stranieri; avevo una borsa; i miei amici avevano uno zaino. 
Ad un tratto sentii un certo frastuono e voci; uscii sul balcone e vidi i poliziotti che entravano nell’edificio; c’era molta gente; mi pare che alcuni ragazzi chiusero il cancello. Se a suo tempo ho dichiarato che il cancello venne sfondato con un blindato certamente lo vidi, oggi non lo ricordo.
Rientrata dal balcone, dopo poco sentii il rumore di colluttazioni, un gran frastuono ed urla dal piano inferiore; quindi vidi  arrivare i poliziotti dalle scale; noi eravamo fermi con le mani in alto; i poliziotti iniziarono a percuotere le persone che si trovavano nel corridoio; c’era tanta confusione; molti vennero feriti. Non ricordo che cosa dissero i poliziotti; ci fecero mettere in ginocchio; ci rivolsero ingiurie che oggi non ricordo; ci fecero poi scendere nella palestra, ove c’erano gli altri ragazzi.
Se a suo tempo dichiarai di aver visto i poliziotti colpire alcuni ragazzi che si trovavano in ginocchio evidentemente così è stato, ma oggi non lo ricordo. Mi pare che Perrone sia stato colpito; anch’io avevo un livido su una gamba.
Ricordo di aver visto alcuni ragazzi a cui avevano posto intorno ai polsi un nastro giallo; così anche al mio amico Perrone.
Vidi anche tracce di sangue in terra e sui muri.
Successivamente venimmo portati via con una camionetta; nessuno ci disse che eravamo in arresto. Avevo con me la mia borsa, che mi venne poi restituita. Nessuno ci informò dei reati che ci venivano contestati.
Nel filmato (Rep. 177 p.5 19 min 10,55 - estratto) mi riconosco nell’ultima persona uscita. Vidi il filmato in televisione nei giorni successivi ai fatti.
Non vidi atti di violenza da parte dei presenti nei confronti dei poliziotti ma soltanto atti di difesa.
Ho subito conseguenze di carattere psicologico, ma non materiale.

Luthi Nathan (udienza 6/7/06; parte civile, assunta ex art. 197 bis c.p.p.)
(verbaletrascrizione)
Ero a Genova per partecipare alle manifestazioni contro il G8. La sera del 21 ero nella scuola Diaz; vi ero arrivato con Fabienne Bodmer circa due ore prima dell’intervento della Polizia. Volevamo utilizzare internet, ma non era nostra intenzione fermarci a dormire. Avevamo incontrato una nostra conoscente Simona Digenti.
Ad un tratto, mentre eravamo vicino ai computer sulla sinistra dell’ingresso e vicino alle scale, sentii un gran rumore, colpi, urla e qualcuno che gridava “arriva la polizia”. Siamo corsi al primo piano e ci siamo fermati nel corridoio. Vi erano già altre persone che tenevano le mani alzate e così abbiamo fatto anche noi. Nel corridoio vi saranno state circa una ventina di persone mentre vicino a noi vi erano circa cinque, dieci persone. Ricordo una signora molto agitata; si sentivano urla di dolore. Arrivarono i primi poliziotti; noi eravamo in piedi con le mani alzate; quello che era più vicino venne immediatamente colpito dai poliziotti e cadde a terra; i poliziotti gridavano “giù, giù”. Noi ci mettemmo a terra; i poliziotti picchiavano tutti; anch’io venni colpito; in terra vicino alla persona che era stata colpita per prima c’era molto sangue.
Non ricordo se il manganello utilizzato dai poliziotti fosse del tipo “tonfa “o dritto. Oggi non posso confermare quanto dichiarai a suo tempo circa il tipo del manganello che indicai come del tipo “tonfa”.    
Dopo circa cinque minuti sentii qualcuno gridare “basta, basta”; in quel momento i poliziotti stavano ancora picchiando. Poi tutto terminò.
I poliziotti indossavano giubbotti imbottiti blu scuro e pantaloni più chiari; portavano fazzoletti rosso scuro davanti al volto e caschi blu.
La prima persona che era stata colpita venne trascinata giù per le scale e quindi anche noi venimmo tirati per i capelli lungo le scale; a metà delle scale vi era un poliziotto che indossava vestiti civili ed un giubbotto, con la scritta “Polizia”, che picchiava tutti quelli che passavano ed anche me.  Riconosco il giubbotto in quello raffigurato nella foto B17.
Venimmo portati al piano terra; vi erano molti poliziotti, alcuni in uniforme ed altri in abiti civili. Le persone portate nella palestra non vennero più picchiate.
I feriti più gravi vennero poi portati fuori e quindi furono fatti uscire gli altri; noi venimmo portati in un furgone della polizia.
Nel filmato che mi viene mostrato (Rep. 172 p. 3 dal sec. 0,57 - estratto): mi riconosco nella persona a destra nel furgone con le braccia alzate e con il cappello; riconosco Fabienne al min. 1,02, è la ragazza che indossa la maglietta grigia.
Non venni informato di essere in arresto. Ricordo che ci fermammo davanti ad un ospedale che riconobbi due anni dopo quando vi tornai con il mio difensore e quindi in una stazione di polizia, ove venimmo nuovamente picchiati, era la Questura. Ci tirarono all’interno, tenendoci per i capelli e  dicendoci “black block”.
Per lungo tempo ho avuto incubi. 
Venni espulso dall’Italia e per tre anni non sono potuto uscire dalla Svizzera perché non potevo entrare nei paesi dell’Unione Europea.
Venni arrestato a Ginevra per una manifestazione e tenuto cinque giorni in prigione; feci una denuncia e venni dichiarato innocente; ricevetti anche un risarcimento del danno.

Bodmer Fabienne Nadia (udienza 6/7/06; parte civile, assunta ex art. 197 bis c.p.p.)
(verbaletrascrizione)
Mi ero recata nella scuola Diaz insieme al mio amico Nathan per usare internet. Mentre ero vicino ai computer sentii molto rumore e grida e capii che stava arrivando la polizia; vi era molta agitazione ed io ebbi paura, anche per quanto era avvenuto nei giorni precedenti. Corsi verso il piano superiore, ove mi fermai nel corridoio; sentii urla di dolore e colpi; stavamo appoggiati al muro con le mani in alto; vi saranno state circa una ventina di persone; tutte erano con le mani alzate. Arrivarono i poliziotti correndo su per la scale e iniziarono a picchiare la persona accanto a me con il manganello; mi protessi la testa con le mani e venni picchiata sulle dita che vennero rotte; io caddi a terra e venni picchiata sul dorso, sulle costole e sull’avambraccio. I poliziotti picchiavano tutti i presenti; vidi un poliziotto che, girato il manganello, lo utilizzava come un martello, tenendolo dalla parte lunga, contro un ragazzo, colpendolo più volte finché non iniziò a perdere sangue.
Il manganello era nero ed avevo un piccolo manubrio; lo riconosco nella foto n. 0856 (tonfa).
I poliziotti avevano fazzoletti rossi sul viso; indossavano una divisa blu, con casco.
Nel filmato che mi viene mostrato (Rep. 172 p. 2 min. 7,40 - estratto) ricordo i fazzoletti, ma i miei ricordi non sono più precisi; non c’era niente di bianco sulle divise ed escludo quindi che il cinturone fosse bianco.
Ad un tratto i poliziotti smisero di picchiarci e ci fecero scendere lungo le scale; io sono quasi svenuta ma riuscivo a camminare; sulla scala vi era un uomo in abiti civili con un manganello che mi ha ancora picchiata sul dorso; nella palestra vi era un mucchio di gente; anch’io dovetti stendermi in terra. Arrivarono i sanitari che iniziarono a soccorrere i feriti più gravi. Li mettevano sulle barelle, mentre quelli che potevano camminare, come me, vennero condotti fuori e fatti salire su furgoni della polizia.
Nel bus eravamo in sei e fummo portati in una stazione di polizia che ho successivamente riconosciuto nella Questura, ove venni nuovamente picchiata con calci sulla schiena e sulle gambe.
Nella scuola non venni perquisita ma lo fui in Questura, ove mi vennero presi alcuni oggetti ed il passaporto.  
Riportai la frattura di due dita della mano destra e di una costola; avevo vari ematomi. Ebbi anche conseguenze psichiche, incubi; non mi feci visitare da uno psichiatra; venni aiutata da Nathan. Ho avuto disturbi di nutrizione per circa un anno. Attualmente sto meglio.
Venni espulsa dall’Italia ed avevo la proibizione di entrare nell’Unione Europea, che però venne revocata dopo tre anni.

Chmiliewski Michal (udienza 23/11/06; parte civile, assunto ex art. 197 bis c.p.p.)
(verbaletrascrizione)
Il 21 arrivai alla scuola Pertini per pernottarvi; vi arrivai nella prima serata, non ricordo esattamente l’ora, saranno state le 20 o le 21. Quando arrivai vi erano diverse persone, alcune dormivano altre non.
Non ho assistito al passaggio di pattuglie della polizia sulla strada.
Parlai con qualcuno e cercai un posto dove coricarmi. Ero nell’aula grande al piano terra. Segno sulla piantina che mi viene mostrata il punto ove mi ero sistemato. Avevo uno zaino.
Ad un tratto qualcuno disse che era arrivata la polizia; scoppiò un grande panico e alcuni iniziarono a correre da tutte le parti. Presi il mio zaino e andai verso le scale; con altre quattro persone; arrivammo nel corridoio al primo piano, ove decidemmo di restare. Mi pare che il portone fosse chiuso.
Segno sulla piantina del primo piano le scale da cui sono salito ed il luogo ove mi sono fermato insieme agli altri tre o quattro.
Vidi quindi arrivare diversi poliziotti dalle scale che avevo percorso. Restammo fermi; i poliziotti, uno o due vennero verso di noi; avevano i manganelli ed uno diede un colpo contro la parete e poi quando giunsero vicino a noi ci colpirono. Ricevetti un colpo mi pare al fianco; caddi a terra, ma il poliziotto continuò a colpirmi. Non vidi direttamente chi mi colpiva, anche perché dopo aver ricevuto un colpo alla testa, mi riparai sotto un piccolo tavolo. Dopo un po’ sentii gridare “basta” e quindi i colpi cessarono. La luce, che prima era spenta, venne accesa. Le persone erano in ginocchio o in piedi lungo il muro. I poliziotti parlavano tra loro e dicevano qualcosa anche a noi. Uno ci chiese in inglese se tutto era a posto; una ragazza che piangeva disse di no, e venne subito colpita dal poliziotto con il manganello. Un poliziotto mi prese e mi portò al piano inferiore. Sulle scale ci fermammo e rimasi qualche minuto seduto; poi mi portarono giù e mi dissero di sdraiarmi a terra a pancia in giù. Vidi alcune persone, penso poliziotti, che andavano avanti e indietro; mossi la testa per vedere che cosa stesse accadendo e qualcuno mi diede un calcio alla gamba, dicendo di non muovermi. Il mio zaino rimase al primo piano; avevo con me il portafoglio con il passaporto. Mentre uscivo dalla scuola con un sanitario, un poliziotto vicino alla porta mi prese il passaporto.
Mi riconosco nella persona accompagnata dal sanitario con la tuta blu visibile nel filmato Rep. 199 p. 2 min. 5,58 (estratto) che mi viene mostrato; mi riconosco anche al min. 6,20 (estratto). 
Ho riportato una ferita alla testa e all’orecchio e diversi ematomi sulle gambe. Nessuno, per quanto ricordo, mi disse che ero in arresto. Soltanto mentre lasciavo l’ospedale capii di essere in arresto, perché mi misero le manette e venni scortato dalla polizia. Nessuno mi disse che avevo la possibilità di avvisare qualcuno.
I poliziotti che arrivarono al primo piano indossavano una divisa scura; uno non era in divisa, ma aveva jeans, o comunque pantaloni simili, un giubbotto con la scritta “Polizia” ed una camicia chiara. Eravamo tutti in gruppo e nessuno reagì alla polizia.
Mentre salivo al primo piano vidi i poliziotti che rompevano i vetri delle finestre al piano terra.
Dall’ospedale venni portato in carcere, forse a Marassi, e poi quando fummo liberati ci restituirono le nostre cose, ci lasciarono in una stanza per un po’ e infine venimmo espulsi dall’Italia.
Soffrii per diverso tempo di insonnia e mi allarmavo vedendo divise. Dovetti smettere gli studi per un certo periodo.

Olsson Hedda Katarina(udienza 6/12/06; parte civile, assunta ex art. 197 bis c.p.p.)
(verbaletrascrizione)
Mi trovavo nella scuola Diaz Pertni ove arrivai nella prima serata del 21 luglio; intendevo passarvi la notte; ero con tre amici Heglund, Cederstrom e Svensson; mi ero sistemata nella grande stanza al piano terra sulla destra entrando, nella posizione che indico sulla piantina, che mi viene mostrata.
Mentre stavo dormendo, due dei miei amici ci avvertirono che stava arrivando la polizia. Salimmo al primo piano, mentre sentivo che la polizia stava abbattendo il portone. Eravamo spaventati. Qualcuno aveva messo alcuni mobili davanti alla porta. Appena giunti al primo piano ed al termine del corridoio, nella posizione che indico sulla piantina, arrivò la polizia. Nel corridoio vi erano altre persone, otto o dieci; tutti alla vista della polizia alzarono le mani; i poliziotti erano tanti e cominciarono subito a picchiarci; io ero l’ultima e non ricevetti molti colpi; quello che venne colpito di più con i manganelli fu il ragazzo più vicino alle scale. I poliziotti colpivano ripetutamente. I manganelli erano neri, la maggior parte a T. I poliziotti indossavano divise di colore scuro; erano molto aggressivi; ci gridavano parolacce quali “bastardi” ed anche in inglese “vi uccido”. In quel momento non vi erano poliziotti in borghese.
Non so dire quanto tempo durò l’azione, da due a cinque minuti. I poliziotti entrarono nelle aule e sentii che rompevano gli armadi. 
Riportai alcune ecchimosi sulla schiena.    
Vidi un poliziotto che colpiva un ragazzo finché non si sedette; capii che volevano che ci sedessimo e così abbiamo fatto. Poi ci portarono al piano terra sulla sinistra entrando; a metà delle scale vi era un altro poliziotto, mi pare con la stessa divisa degli altri, che colpiva tutti quelli che passavano.
Nella sala vi erano molte persone, qualcuno aveva perso i sensi; alcuni poliziotti svuotavano le borse, spargendone il contenuto sul pavimento. Non vidi perquisire i nostri bagagli, che erano rimasti al primo piano.
Nessuno ci disse quale fosse la nostra situazione; venimmo condotti fuori uno per uno in un bus e quindi ad una stazione di polizia. 
Non vidi nessuna reazione da parte dei presenti contro la polizia. Sulla scala e nella sala al piano terra vi era sangue ovunque.
Non sono stata perquisita. Non ho riportato danni permanenti fisici, ma soffro di sindrome postraumatica da stress. La notizia del mio arresto è stata diffusa e pubblicata sui giornali in Svezia.
Sulle scale vi erano poliziotti in borghese che avevano mazze da baseball e bastoni di ferro, in camicia e cravatta.

Svensson Jonas (udienza 6/12/06; parte civile, assunto ex art. 197 bis c.p.p.)
(verbaletrascrizione)
Arrivai alla scuola Pertini verso le 21 insieme alle mie amiche Ingrid Cederstrom, Hedda Olsson e Cecilia Heglund.
Ci sistemammo nella palestra a destra dell’ingresso. Mi misi a dormire. Ad un tratto Cecilia ed Ingrid mi svegliarono; si sentivano forti rumori dall’esterno; si era diffuso il panico. Ricordo di aver sentito i poliziotti battere sul portone.
Salimmo al primo piano ove vi erano altre persone, in tutto saremmo stati circa una quindicina; arrivò subito la polizia dalle scale; iniziarono a picchiare tutti i presenti e ci spinsero in fondo al corridoio. Vidi un ragazzo venire picchiato con il manganello. Ad un poliziotto si ruppe il manganello e ne estrasse un altro. I poliziotti poi entrarono nelle stanze; la situazione era caotica. Ci mettemmo seduti; chi non si sedeva veniva colpito.
I poliziotti, che erano molto aggressivi, portavano una divisa blu con una grossa cintura, di cui non ricordo il colore; i manganelli erano neri, ma non ne ricordo la forma.
Non posso dire quanto durò l’azione, ma tutto cessò quando arrivarono dei poliziotti in borghese che dissero “basta”.
Ci fecero scendere al piano terra; a metà delle scale vi erano due poliziotti in abito scuro borghese, con i caschi blu del tipo di quello visibile nella foto B12, mi sembra senza visiera, più anziani, che picchiavano col manganello quelli che passavano; io non venni colpito.
Nella palestra vi erano molte persone, parecchi apparivano feriti, alcuni erano stesi a terra e sanguinanti; non ricordo se le violenze stavano continuando. Erano entrati anche poliziotti con una pettorina con la scritta “Polizia” posta sul vestito civile. Svuotavano le borse spargendone il contenuto in terra.
Dopo diverso tempo arrivò il personale sanitario a cui i poliziotti indicarono quelli che dovevano essere soccorsi per primi.
Ci portarono fuori con le mani sulla testa e ci fecero salire su un pulmino. Nessuno ci disse quale fosse la nostra situazione.
Non vidi nella scuola bastoni, spranghe o bottiglie incendiarie. Capii di essere in arresto a Bolzaneto.
Ricordo che Ingrid venne picchiata; non ho visto colpire le altre mie amiche. Io non venni colpito ritengo soltanto per fortuna. Non venni perquisito. In palestra i poliziotti ci ritirarono i passaporti.
Sono stato espulso dall’Italia. Il passaporto lo ritirai dopo un paio di mesi in Svezia.
Soffro di insonnia, ho paura della Polizia e dei rumori. Tutta la stampa svedese riportò il nostro arresto.
Nella foto che mi viene mostrata (Rep. 212 scontri 10) mi riconosco nel penultimo con la maglia grigia e i pantaloni blu con riga bianca.
Nella Foto 11 riconosco Cecilia con la maglia grigia.

Cederstrom Ingrid (udienza 6/12/06; parte civile, assunta ex art. 197 bis c.p.p.)
(verbaletrascrizione)
Ero arrivata alla scuola Diaz nella serata del 21 insieme ai miei amici Hedda Olsson e Svenson Jonas; all’interno trovammo anche Cecila Heglund.
Ad un tratto alcune persone entrarono nella palestra dall’esterno della scuola in cui ci trovavamo, urlando qualcosa. Non capii bene che cosa stesse accadendo, ma svegliai gli altri; pensai che si trattasse della polizia.
Salimmo al primo piano, non so bene perché. Sentimmo entrare la polizia e ci mettemmo tutti con le mani alzate. Nel corridoio al primo piano vi erano anche altre persone, eravamo in tutto circa 10 12 persone. Arrivarono quindi i poliziotti che iniziarono subito a picchiare tutti quelli che si trovavano nel corridoio; urlavano di non muoverci e picchiavano con i manganelli. Capimmo che volevano che ci sedessimo e così facemmo. Io venni ripetutamente colpita sulla schiena; vidi un ragazzo venire picchiato finché non si stese a terra ed anche dopo. I poliziotti usavano il manico del manganello per colpirci.
I poliziotti portavano divise blu da combattimento e caschi blu. Non sono in grado di ricordare il tipo dei manganelli.
Non ricordo come l’azione terminò; ricordo che poi ci fecero scendere in fila al piano terra; a metà delle scale venni colpita con uno schiaffo da un poliziotto in abito borghese e pettorina.
Nella palestra vi erano molti poliziotti sia in divisa, peraltro di diversi tipi, sia in borghese; alcuni svuotavano le borse impilandole al centro della sala.
Nessuno ci disse quale fosse la nostra situazione.
Segno sulla piantina che mi viene mostrata la posizione in cui ci trovavamo al primo piano.
Non posso dire con certezza se i miei amici siano stati colpiti.
Non sono stata perquisita. Sono stata espulsa dall’Italia.
Soffro di insonnia ed ho paura della Polizia. Le lesioni alla schiena sono guarite.
Nella foto che mi viene mostrata (Rep 212 scontri 10) mi riconosco nell’ultima persona con la maglia viola; nella foto 11 riconosco davanti a me Cecilia.      

Heglund Cecilia (udienza 6/12/06; parte civile, assunta ex art. 197 bis c.p.p.)
(verbaletrascrizione)
Sono arrivata alla scuola Diaz nella serata del 21 circa un’ora prima dell’irruzione della Polizia. All’interno incontrai le mie amiche Hedda Olsson e Ingrid Cederstrom. Volevo utilizzare le connessioni Internet che sapevo erano alla Diaz.
Ad un tratto sentii forti rumori dall’esterno e insieme ad Ingrid svegliammo gli altri; utilizzando le scale a sinistra, salimmo quindi al piano superiore, ove ci fermammo sulla sinistra in fondo al corridoio. Ricordo di aver sentito i colpi sul portone. Subito dopo arrivarono i poliziotti che iniziarono a colpire tutti quelli che si trovavano nel corridoio. Capimmo che volevano che ci sedessimo a terra e così facemmo. Non vi è stata alcuna reazione all’intervento della polizia.
I poliziotti erano in divisa blu e portavano qualcosa di rosso al collo; colpivano con i manganelli; ricordo che uno dei manganelli si ruppe. Io ero contro il muro e davanti a me vi erano altre persone, così non venni colpita. Dopo un po’ l’azione terminò e ci fecero scendere in fila al piano inferiore. Sulla scala vi erano poliziotti che colpivano con pugni e colpi di vario tipo quelli che scendevano. Io non venni colpita.
Venimmo condotti nella palestra ove ci fecero sedere a terra. Vi erano diverse persone stese nei sacchi a pelo e sanguinanti. Vi erano molti poliziotti in divisa ed in borghese, con jeans, maglietta e casco. Raccoglievano svariati oggetti personali, vestiti, che ammucchiavano in una pila al centro della sala. Non ho visto mazze spranghe o altri oggetti che potessero essere utilizzati come armi.
Ci hanno infine portati fuori su un pulmino e condotti a Bolzaneto.
Nelle foto che mi vengono mostrate (Rep. 212 scontri 10 e 11) mi riconosco nella ragazza con la maglia grigia, dietro a me riconosco Ingrid.
Non ho visto nella scuola oggetti del tipo di quelli visibili nelle foto raid 54 e seg..
Nessuno mi disse quale fosse la mia posizione.
Segno sulla piantina che mi viene mostrata la posizione in cui ci trovavamo al primo piano.
Non sono stata perquisita. Non avevo bagagli alla scuola Diaz.
Non ho riportato danni fisici permanenti, ma solo insonnia ed ansia.
I miei familiari non sono stati avvisati ed i giornali non hanno pubblicato il mio nome, ma i miei amici e conoscenti sapevano che cosa mi era accaduto.
Sono stata espulsa dall’Italia. Sono tornata in Svezia con mio marito in auto. Ero studentessa; oggi sto terminando il corso di giurisprudenza ed insegno.
Non sono stata picchiata all’interno della Diaz.   

 

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